A Doha, dove martedì 30 giugno sono arrivati l’inviato speciale americano Steve Witkoff e Jared Kushner, genero del presidente Donald Trump, gli emissari statunitensi incontreranno i mediatori qatarioti e pachistani per discutere dei negoziati tra Stati Uniti e Iran, ma non avranno colloqui diretti con funzionari iraniani: lo ha chiarito il portavoce del ministero degli Esteri del Qatar, Majed al-Ansari, mentre resta fragile la tregua dopo i recenti scambi di raid legati alla crisi nello Stretto di Hormuz.
Doha, gli inviati Usa e il nodo dei colloqui con l’Iran
La precisazione di Doha arriva dopo ore di dichiarazioni contrastanti. Al-Ansari, parlando ai giornalisti, ha detto che Witkoff e Kushner sono nella capitale qatariota per incontri “su tutti i dossier regionali di interesse”, quindi anche sui negoziati con l’Iran, oltre che su Libano e sicurezza dell’area. Ma, ha aggiunto, “non sono qui per negoziati diretti con gli iraniani” e, almeno “per quanto ne so”, non sono previsti incontri diretti ad alto livello nei prossimi giorni. Una frenata netta, insomma, rispetto all’ipotesi di un faccia a faccia imminente tra le due parti.
Il chiarimento pesa perché solo il giorno prima Donald Trump aveva sostenuto che fosse stato l’Iran a chiedere un incontro a Doha per martedì. Poco dopo, la portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt aveva annunciato la partenza dei due emissari per “incontri ad alto livello”. Eppure, almeno stando alla versione ufficiale del Qatar, quel formato non riguarderà un tavolo diretto con Teheran. Resta aperto, semmai, il canale indiretto dei mediatori. È lì che si continua a lavorare.
La tregua dopo i raid e l’intesa sullo Stretto di Hormuz
La missione americana si inserisce in una fase delicata, dopo il cessate il fuoco concordato da Washington e Teheran al termine di quattro giorni di attacchi reciproci. Gli scambi di colpi avevano rimesso in discussione la bozza di accordo che dovrebbe chiudere la guerra durata quattro mesi tra Usa, Israele e Iran. Al centro dello scontro c’è lo Stretto di Hormuz, passaggio decisivo per il traffico energetico globale: da lì transita circa il 20% delle spedizioni mondiali di petrolio e gas.
Il memorandum d’intesa mediato da Pakistan e Qatar meno di due settimane fa prevedeva lo stop alle operazioni militari su tutti i fronti, compreso il Libano, e la riapertura immediata dello stretto. Le parti si erano inoltre date almeno 60 giorni per arrivare a un’intesa finale su tre punti: programma nucleare iraniano, sanzioni americane e tregua permanente. A una prima tornata di colloqui in Svizzera, una settimana fa, avevano preso parte il vicepresidente Usa JD Vance e il presidente del Parlamento iraniano Mohammed Bagher Ghalibaf. I mediatori avevano parlato di “progressi incoraggianti” e della creazione di una linea di comunicazione per garantire il passaggio sicuro delle navi commerciali. Solo allora sembrava possibile un allentamento vero della crisi.
Le versioni divergenti su negoziati tecnici e sicurezza marittima
Quel meccanismo, però, non ha evitato il nuovo picco di tensione. Secondo la ricostruzione fornita, gli ultimi scambi di raid sono iniziati giovedì, quando l’Iran ha colpito una nave cargo dopo i tentativi di riaprire alle rotte commerciali le acque territoriali dell’Oman, sul lato meridionale dello stretto, sia in ingresso sia in uscita. Teheran aveva avvertito le imbarcazioni che il solo percorso consentito passava invece dalle proprie acque, sul lato settentrionale. Domenica notte un funzionario americano ha detto che entrambe le parti avrebbero fatto un passo indietro, “stand down for now”, e che le navi avrebbero potuto “muoversi liberamente” nell’area. Nello stesso passaggio, Washington ha lasciato intendere che i colloqui tecnici sarebbero proseguiti su tutti i capitoli del memorandum.
Da Teheran, però, la risposta è stata diversa. Il viceministro degli Esteri iraniano Kazem Gharibabadi, capo negoziatore tecnico, ha negato che per questa settimana fossero già previsti nuovi incontri tecnici. E martedì il portavoce del ministero degli Esteri iraniano Esmail Baqai ha ribadito la linea: i funzionari iraniani potrebbero parlare con i mediatori a Doha già mercoledì, per discutere l’attuazione di alcune clausole del memorandum, ma “nessun incontro a qualsiasi livello con la parte americana è stato programmato nei prossimi giorni”. Una formula secca, quasi burocratica. Ma il messaggio politico è chiaro.
Asset iraniani congelati, dossier nucleare e i prossimi passaggi
Sotto traccia, in realtà, i tavoli aperti sono diversi. Al-Ansari ha confermato che i negoziati tecnici tra funzionari di rango più basso andranno avanti in settimana e che, più avanti, potrebbero essere portati a un livello superiore. Il portavoce qatariota ha parlato di tre binari: nucleare, economia e funzionamento dello Stato, quindi sicurezza e sicurezza regionale. È su questa architettura che i mediatori provano a tenere insieme una trattativa piena di stop and go, con annunci politici spesso smentiti dai fatti nel giro di poche ore.
Tra i punti più sensibili c’è il rilascio di parte dei fondi iraniani congelati. Secondo Doha, lo sblocco di 6 miliardi di dollari dei 12 miliardi trattenuti in Qatar dipenderà dai progressi nei colloqui tra Usa e Iran, progressi che, al momento, non si sono ancora concretizzati. Baqai, da parte sua, ha richiamato anche il dossier dello Stretto di Hormuz, dicendo che l’Iran farà “tutto ciò che è necessario per salvaguardare i propri interessi” e per applicare le disposizioni collegate del memorandum. Il punto, adesso, è capire se la mediazione riuscirà a trasformare questa tregua armata in un negoziato stabile. Oppure no.








