Il 1° luglio 2026, in Italia, la pubblicazione di “Oltre lo sguardo”, la prima guida pediatrica firmata da Società italiana di Pediatria e Associazione Culturale Pediatri su varianza di genere, orientamento sessuale e omogenitorialità, ha riaperto un confronto che tocca la pratica quotidiana negli ambulatori e, più in generale, il modo in cui si parla ai minori e alle loro famiglie. Il manuale nasce per offrire ai pediatri di base strumenti di relazione e di linguaggio, ma intorno al testo si è acceso subito un dibattito, tra chi lo considera un supporto per una cura accogliente e chi teme, invece, un’impostazione troppo vicina al cosiddetto modello affermativo.
Guida pediatrica, che cosa contiene il documento della Sip
La guida “Oltre lo sguardo” si concentra, anzitutto, sul contesto dell’ambulatorio pediatrico: parole da usare, modalità di ascolto, attenzione ai nuclei familiari e ai possibili segnali di disagio. Nel comunicato diffuso al momento dell’uscita, gli autori avevano chiarito il punto con una formula netta: usare termini “corretti, rispettosi e non giudicanti” è parte della qualità della cura. Non un dettaglio, dunque, ma un pezzo del rapporto medico-paziente, quello che si costruisce magari in pochi minuti, davanti a un bambino, a una madre, a un padre.
Il testo, per come è stato presentato, non entra nei protocolli specialistici né nei trattamenti medici, ma prova a dare indicazioni operative ai pediatri di famiglia, che spesso sono il primo presidio sanitario intercettato dai minori. Eppure è proprio su questo terreno, quello del linguaggio e dell’accoglienza, che si sono concentrate le obiezioni più dure. Pro Vita & Famiglia, in una petizione che ne chiedeva il ritiro, ha parlato del rischio di trasformare gli studi medici in “laboratori ideologici” del movimento LGBTQI+.
Le critiche al modello affermativo e il nodo della medicalizzazione
Al centro della polemica c’è il Gender Affirmative Model, cioè l’approccio affermativo dell’identità di genere, che in ambito clinico ed educativo riconosce e sostiene l’identità vissuta dal minore anche quando non coincide con il sesso assegnato alla nascita. I critici, in Italia come all’estero, osservano che questo paradigma potrebbe spingere troppo in fretta verso una lettura univoca del disagio, fino a favorire — secondo loro — una possibile medicalizzazione precoce. Nel dibattito internazionale viene spesso citata la Cass Review del Regno Unito, che ha sollevato dubbi sulla solidità delle evidenze disponibili nei percorsi specialistici rivolti ai minori.
Il punto, però, è proprio qui: la guida della Sip parla davvero di questo? Secondo diversi professionisti interpellati, no. La pedagogista Barbara Urdanch distingue i piani e invita a non sovrapporli: una cosa è il tema dei trattamenti medici in adolescenza, altra cosa è il lavoro di un pediatra di base chiamato ad ascoltare, evitare stigma, riconoscere un malessere e, se necessario, indirizzare a servizi competenti. “Chi la legge come un manuale per trasformare i bambini le attribuisce qualcosa che nel testo non c’è”, osserva in sostanza Urdanch, che insiste su un passaggio: un ambiente ostile, il rifiuto, la derisione producono effetti concreti su autostima e salute psicologica.
Gli psicologi: ascoltare non significa confermare un percorso
Su un punto convergono anche le psicoterapeute Anna Nardoni e Angela Angelastro: nell’infanzia l’identità non è un dato fisso, ma un processo. Intorno ai tre o quattro anni, spiegano, molti bambini cominciano a interrogarsi attraverso segnali minuti — un rifiuto, una preferenza insistita, una domanda ripetuta — e questo materiale, da solo, non consente letture definitive. L’esplorazione, negli anni prescolari, rientra nello sviluppo; solo più avanti, con la preadolescenza e l’adolescenza, alcuni vissuti possono mostrare una continuità più stabile nel tempo.
Le due specialiste insistono su una distinzione che nel confronto pubblico spesso si perde. Ascoltare un minore e prendere sul serio ciò che racconta di sé non equivale a indirizzarlo verso una traiettoria precisa, né a confermare automaticamente un percorso. Da una parte c’è la validazione dell’esperienza soggettiva, che ha una funzione protettiva; dall’altra c’è la valutazione clinica, che richiede tempo, osservazione, gradualità. In mezzo — ed è lì che si gioca tutto — c’è il lavoro reale, fatto di incontri, dubbi, ritorni, talvolta silenzi.
Nardoni e Angelastro richiamano anche il tema del rispecchiamento: il bambino costruisce il proprio senso di sé attraverso lo sguardo degli adulti di riferimento, genitori, insegnanti, medici. Uno sguardo che ridicolizza può spingere quel vissuto a scomparire solo in apparenza, rendendolo in realtà meno dicibile. Ma, avvertono, anche uno sguardo che asseconda senza discernimento rischia di saltare la funzione di accompagnamento. È un equilibrio sottile, e non sempre lineare.
Il sostegno delle associazioni e il vuoto formativo nelle università
Una lettura favorevole arriva da Elisabetta Ferrari, referente di GenderLens, che considera la guida un primo strumento utile per colmare un vuoto ancora presente nella formazione italiana. Secondo Ferrari, nei percorsi universitari manca spesso un insegnamento strutturato sulla medicina di genere, sulla salute psico-fisica legata a orientamenti sessuali e identità di genere, e per questo avere materiale chiaro per gli studi pediatrici può aiutare. Non solo per i medici, ma anche per le famiglie, che in quei luoghi cercano risposte pratiche, spesso in momenti delicati.
Per l’associazione, l’approccio affermativo non coincide con l’idea di spingere i minori dentro un itinerario già scritto. Significa, piuttosto, lasciare spazio all’espressione di sé e costruire ambienti sicuri e rispettosi, dove i ragazzi possano parlare senza timore di essere corretti o etichettati. È su questo terreno, più che sulle formule, che il confronto resta aperto: da una parte la richiesta di prudenza clinica, dall’altra l’esigenza di non trasformare il dubbio in stigma. E forse la questione, alla fine, è proprio questa: capire se una parola usata bene possa diventare cura, o almeno il suo inizio.








