A Teheran, domenica 5 luglio, l’assenza di Mojtaba Khamenei ai funerali del padre Ali Khamenei, morto a febbraio dopo oltre tre decenni alla guida della Repubblica islamica, ha finito per pesare quasi quanto la cerimonia stessa: mentre migliaia di persone raggiungevano il Grand Mosalla per l’ultimo saluto, accanto alla bara c’erano il presidente Masoud Pezeshkian, il capo dei Guardiani della Rivoluzione Ahmad Vahidi e gli altri tre figli dell’ayatollah, Masoud, Mostafa e Meysam, ma non il successore designato, la cui mancata comparsa continua ad alimentare interrogativi in un momento già segnato dalla tregua fragile con Israele e dai negoziati, per ora sospesi, con gli Stati Uniti.
Funerali di Ali Khamenei, l’assenza di Mojtaba al centro della giornata
Le esequie di Ali Khamenei sono iniziate ufficialmente venerdì e proseguiranno per tutta la settimana tra Iran e Iraq, secondo un calendario definito dalle autorità. La salma è esposta nel complesso religioso del Grand Mosalla di Teheran, dove la preghiera funebre è stata guidata dal religioso sciita Jafar Sobhani, 97 anni, figura di rilievo dei seminari di Qom. In città, già dalle prime ore del mattino, il flusso dei fedeli era continuo; domenica è stata dichiarata festa nazionale e il feretro verrà trasferito fuori dal Mosalla in vista della processione prevista lunedì nella capitale.
A colpire, più del protocollo, è stata però la mancata apparizione pubblica di Mojtaba Khamenei, che non si vede da inizio marzo, quando era stato indicato come nuovo leader supremo. Attorno alla sua condizione circolano da giorni voci non confermate, rilanciate anche da media stranieri, secondo cui sarebbe rimasto ferito nei raid Usa-Israele in cui il padre ha perso la vita; al momento, tuttavia, non esistono conferme ufficiali e le autorità iraniane non hanno fornito spiegazioni sulla sua assenza.
Teheran blindata e numeri imponenti per la cerimonia
Secondo le stime diffuse dal governo, tra 12 e 20 milioni di persone potrebbero partecipare complessivamente agli eventi organizzati in memoria dell’ayatollah, numeri che la macchina statale iraniana ha già ribattezzato “il funerale del secolo”. Solo a Teheran, riferiscono i media ufficiali, i presenti attesi sarebbero oltre 10 milioni, con misure di sicurezza rafforzate, strade presidiate e un’allerta specifica sul rischio di schiacciamenti tra la folla.
L’agenzia Irna ha riferito che più di 4.000 persone sono passate dai presidi medici allestiti dentro e attorno al Grand Mosalla, senza che siano stati registrati decessi. Le immagini diffuse nelle ultime ore mostrano fedeli rinfrescati con getti nebulizzati, volontari che distribuiscono acqua e sanitari impegnati a portare via una donna anziana in barella. Il feretro di Ali Khamenei è esposto accanto a quelli di quattro familiari uccisi negli attacchi su Teheran, tra cui la nipote di un anno Zahra Mohammadi Golpayegani; un dettaglio, questo, che ha dato alla cerimonia un tono ancora più cupo.
La tregua con Israele e le parole di Trump agitano il clima
Le commemorazioni si svolgono mentre regge, almeno per ora, una tregua fragile tra Iran e Israele. Le due parti, pur continuando i contatti su un possibile accordo più stabile, hanno già avvertito di essere pronte a tornare all’azione militare se i colloqui dovessero fallire. In questo quadro, l’assenza di Mojtaba Khamenei viene letta anche sul piano della sicurezza: sullo sfondo, c’è il timore che possa diventare a sua volta un bersaglio.
A complicare la giornata sono arrivate anche le dichiarazioni attribuite da Axios al presidente americano Donald Trump, secondo cui i negoziati di pace sarebbero stati sospesi per una settimana proprio per le cerimonie funebri. Trump, citato dal sito statunitense, avrebbe detto che con tanti vertici del regime riuniti a Teheran Washington potrebbe colpirli “con un solo colpo”, aggiungendo però che non lo farà perché “poi non avremmo più nessuno con cui negoziare”. Frasi che hanno avuto un’immediata eco tra i presenti. E ancora: il presidente Usa si è detto sorpreso nel vedere tanti iraniani in lacrime, insinuando che potessero essere “lacrime finte”.
Le reazioni della folla e l’ultima settimana del corteo funebre
La risposta, almeno tra i fedeli intervistati sul posto, è stata netta. Zahra Safaei, 50 anni, ha detto a Reuters: “Non abbiamo fatto una rivoluzione 47 anni fa per versare lacrime finte. Non abbiamo sacrificato tutti questi martiri per piangere per finta”. Nella capitale, intanto, si sono sentiti slogan contro Stati Uniti e Israele; secondo quanto riportato da Associated Press e Guardian, durante una lettura poetica il poeta Mohammad Rasouli ha pronunciato parole durissime contro Trump, raccogliendo cori di “morte all’America” e “morte a Israele”. In strada, su alcuni cartelli, comparivano scritte come “kill Trump”, “kill Bibi” e “we will avenge”, in riferimento al premier israeliano Benjamin Netanyahu.
Resta, sullo sfondo, il lascito politico di Ali Khamenei, al potere dal 1989 fino alla morte: una linea di confronto con l’Occidente e il sostegno a gruppi armati anti-americani e anti-israeliani in Medio Oriente, da Hamas a Hezbollah fino agli Houthi yemeniti. Il programma delle esequie prevede ora la processione per le vie di Teheran lunedì, il trasferimento a Qom martedì, una tappa mercoledì in un importante luogo sciita del vicino Iraq e infine la sepoltura, giovedì, nella città natale di Mashhad, nel nord-est del Paese. Solo allora, forse, si capirà se il silenzio attorno a Mojtaba Khamenei sia stato una misura di sicurezza temporanea o il segnale di tensioni più profonde dentro il sistema iraniano.








