Accessori

Gli stili che hanno trasformato gli orologi sportivi in icone di lusso

Orologio meccanico quadrato in acciaio su base in pelle, con smartwatch nero sfocato sullo sfondo
Un orologio meccanico in acciaio e uno smartwatch a confronto, simbolo dell’evoluzione degli orologi sportivi verso il lusso.

Nel dibattito su che cosa renda davvero grande un orologio sportivo, oggi, tra smartwatch Garmin, sensori e funzioni per triathlon, golf e mountain bike, torna al centro soprattutto un nome, Cartier, che a Parigi nel 1904 con il Santos contribuì a definire un genere poi diventato classico: quello dell’orologio da polso pensato per l’uso quotidiano e dinamico. È da qui che parte una riflessione che riguarda non solo il gusto, ma anche la storia del lusso: perché se il mondo contemporaneo misura prestazioni, battito e pendenze, l’industria dell’orologeria meccanica continua a difendere un’altra idea di sportività, più sobria, più durevole. E forse, proprio per questo, ancora attuale.

Cartier Santos e la nascita dell’orologio sportivo

Quando si parla di sports watch, il primo pensiero oggi corre spesso a Garmin e ai suoi strumenti ipertecnologici: cambio automatico tra discipline nel triathlon, assistente virtuale per il golf, perfino rilevazioni di “grit and flow” per valutare la discesa in mountain bike. Eppure la nozione di orologio sportivo, nel settore meccanico, è molto più ampia e affonda le radici nel primo Novecento. Fu infatti Louis Cartier a creare nel 1904 il Santos per l’aviatore brasiliano Alberto Santos-Dumont, che voleva leggere l’ora durante i voli su Parigi senza dover cercare un orologio da tasca nel panciotto.

Da lì in avanti, la grammatica dell’orologio sportivo da polso prese forma con pochi passaggi decisivi. Nel 1913 arrivò il cronografo da polso di Longines, tra i primi concepiti espressamente per quel formato; nei primi anni Trenta, invece, il Rolex Oyster Perpetual risolse il nodo essenziale, cioè la protezione del movimento durante un uso intenso. Cristalli più resistenti, impermeabilità più elevata, precisione migliorata: sono venuti dopo. Ma il linguaggio di base, in fondo, era già lì prima della Seconda guerra mondiale.

Il rilancio del 1978 che ha cambiato Cartier

Per Cartier, il Santos non è soltanto un modello simbolico. È stato, in un momento delicato, un perno industriale. Negli anni Settanta, infatti, Cartier Paris, poi Londra e New York, finirono sotto il controllo del gruppo che sarebbe diventato il Vendôme Group. All’epoca il marchio non era ancora una realtà compatta come lo conosciamo oggi: le tre maison condividevano il nome, certo, ma lavoravano in modo distinto, con identità e visioni anche molto diverse.

Il passaggio decisivo arrivò nel 1978, alla vigilia del 75° anniversario del Santos, quando l’orologio fu rilanciato in una nuova veste, più vicina ai modelli contemporanei: cassa in metallo, bracciale integrato, viti a vista. La presentazione si tenne il 20 ottobre 1978 al Musée de l’Air di Parigi, seguita l’anno dopo da una serata di lancio a New York. Dietro quell’operazione, però, c’era tensione vera. Durante una riunione interna, un dirigente — secondo un aneddoto rimasto famoso — reagì con fastidio alle viti esposte: “Ho passato la vita a nascondere le viti. Voi le avete messe fuori, e non servono neppure”. Poi l’avvertimento al responsabile marketing: se l’orologio non avesse venduto, sarebbe saltato tutto. O quasi.

Alain Perrin, il lusso anni Ottanta e il successo del Santos

A guidare quella scommessa c’era Alain Perrin, allora giovane direttore marketing, che rispose in modo asciutto: se il Santos non avesse funzionato, non sarebbe stato solo un problema personale; avrebbe rischiato la stessa azienda. I fatti, col tempo, gli hanno dato ragione. Perrin non fu allontanato, anzi: oggi viene spesso indicato come uno degli uomini che hanno contribuito a costruire il mercato moderno dei beni di lusso.

Il Santos riuscì a intercettare l’estetica lucida, urbana, un po’ sfacciata degli anni Settanta e Ottanta, quando il lusso cominciava a parlare a un pubblico più ampio e internazionale. E dimostrò una cosa semplice, ma per nulla secondaria: che gli orologi Cartier non si esaurivano nel solo Tank. Negli ultimi anni la maison ha lavorato molto sul proprio archivio, recuperando referenze storiche e identità formali. Anche il Santos, rilanciato ancora nel 2018, ha ritrovato spazio come orologio elegante con accento sportivo — una formula che, nonostante il tempo trascorso, continua a reggere.

Il nodo Roadster e il timore per un ritorno del Cartier Diver

Proprio questa politica di recupero, però, apre anche qualche dubbio. Nel panorama recente di Cartier, il ritorno del Roadster ha diviso gli appassionati. C’è chi lo considera un modello da riconsiderare con calma, e chi invece lo guarda con diffidenza, come un’idea rimasta troppo legata ai primi anni Duemila. In certi casi il fascino vintage ha bisogno di tempo, forse di molto più tempo, per sedimentarsi davvero. Solo allora, semmai, può tornare credibile.

Il timore, per alcuni osservatori del settore, è che la logica del rilancio possa spingersi oltre e riportare in catalogo anche il Cartier Calibre Diver. Sarebbe una mossa discussa. Non tanto per motivi tecnici, quanto per una questione di coerenza stilistica: non tutto ciò che appartiene al passato di una maison merita automaticamente una seconda vita. Nel caso del Diver, l’impressione diffusa è che si sia trattato di un progetto poco in sintonia con il linguaggio di Cartier. Ed è qui che il discorso torna al punto di partenza: mentre gli smartwatch inseguono prestazioni e dati, l’orologeria meccanica continua a vivere di equilibrio, memoria e misura. Rompere quell’equilibrio, a volte, costa più di quanto sembri.

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