Donald Trump ha confermato lunedì 6 luglio dalla Casa Bianca di aver chiesto alla Fifa di rivedere la squalifica di Folarin Balogun, attaccante degli Stati Uniti, espulso contro la Bosnia-Erzegovina e inizialmente fermato per un turno prima dell’ottavo di finale del Mondiale contro il Belgio a Seattle: secondo il presidente americano, il contatto con Tarik Muharemovic non era da cartellino rosso e l’annullamento della stop “era la decisione giusta”.
Trump conferma il contatto con Infantino sulla squalifica di Balogun
Parlando con i giornalisti, Trump ha detto di aver sentito il presidente della Fifa Gianni Infantino, ma ha anche precisato di non aver imposto nulla. “Ho chiesto una revisione, tutto qui”, ha spiegato, sostenendo che l’episodio fosse il risultato di “due grandi atleti che si sono scontrati e si sono intrecciati”. Il passaggio più netto è arrivato subito dopo: per il presidente, applicare la squalifica a Balogun avrebbe lasciato “una grande macchia” sul torneo. Parole pesanti, pronunciate in una giornata già tesa, mentre a Seattle ci si avvicinava al calcio d’inizio delle 17 locali. Trump, poi, è andato oltre e ha definito “orribile” la decisione dell’arbitro brasiliano Raphael Claus, aggiungendo una frase destinata a far discutere: il direttore di gara, ha ammesso, gli sembra “un po’ sospetto”.
La decisione della Fifa e il precedente che agita il Mondiale
La Fifa ha sospeso per 12 mesi l’esecuzione della squalifica automatica di una giornata, consentendo così a Balogun, 25 anni, di tornare a disposizione degli Usa per la sfida degli ottavi. Una scelta rara, quasi senza precedenti nella storia del Mondiale: secondo i dati richiamati nel dibattito di queste ore, su 189 cartellini rossi visti nel torneo, solo in un caso un giocatore ha evitato la sospensione. Era accaduto nel 1962 con il brasiliano Garrincha, in un contesto però molto diverso, precedente all’introduzione delle squalifiche automatiche e rimasto, per anni, avvolto da accuse di interferenze politiche. Questa volta la federazione internazionale, interpellata sulle parole di Trump, sulle proteste belghe e sul percorso dell’appello, ha scelto una linea minima: “Per ora non abbiamo altro da aggiungere”. Una formula asciutta. Eppure sufficiente a lasciare aperte domande, soprattutto sul peso che un intervento politico possa avere, anche solo indirettamente, in una procedura sportiva.
La protesta del Belgio: “Siamo sbalorditi”
La reazione più dura è arrivata dalla Royal Belgian Football Association, che lunedì si è detta “sbalordita” per la decisione della Fifa di rendere nuovamente selezionabile Balogun. In una nota, la federazione belga ha chiarito che, “a prescindere dall’esito sportivo della partita”, continuerà a battersi “nelle prossime ore, nei prossimi giorni e nei prossimi mesi” per difendere i principi di etica, leale concorrenza e gli interessi del calcio nel suo insieme. Il tono, più che polemico, è istituzionale. Ma il messaggio è chiaro. A Bruxelles si teme che il caso possa aprire un varco pericoloso: se una sanzione automatica può essere congelata alla vigilia di una gara a eliminazione diretta, allora il terreno diventa incerto, quasi mobile. E proprio questo, dietro le quinte, è il punto che preoccupa di più le federazioni europee.
Le critiche dall’Europa: Tuchel e Uefa parlano di linea rossa
A dare voce a questo disagio è stato anche Thomas Tuchel, ct dell’Inghilterra, reduce dal sofferto 3-2 sul Messico in una partita in cui il difensore Jarell Quansah era stato espulso. “Dove tracciamo la linea? Questa è la domanda”, ha detto. Poi si è fermato, quasi a cercare le parole. “Facciamo ricorso se un giallo non è un giallo? Se pensiamo che non sia rosso, chi decide? Dove inizia e dove finisce tutto questo?”. Non ha offerto una risposta, e forse non poteva. Ma il punto resta. Anche la Uefa, la confederazione europea, ha fatto sapere che intervenire in modo tale da cancellare, di fatto, una sospensione in pieno torneo significa “superare una linea rossa”. Un’espressione severa, che fotografa bene il nervosismo di queste ore tra dirigenti e staff tecnici.
Balogun al centro del caso, tra campo e politica
Sul piano strettamente sportivo, Folarin Balogun resta uno degli uomini chiave degli Stati Uniti in questo Mondiale: ha già segnato tre gol e il suo possibile rientro cambia il peso offensivo della squadra americana contro il Belgio. Ma attorno al numero 9, in poche ore, si è addensato molto di più di una semplice valutazione arbitrale. C’è il tema del rapporto tra politica e calcio internazionale, c’è il precedente regolamentare e c’è, inevitabilmente, anche l’effetto mediatico di un presidente degli Stati Uniti che entra in una controversia disciplinare alla vigilia di una partita a eliminazione diretta. Secondo la ricostruzione fin qui disponibile, Trump sostiene di aver chiesto solo una revisione. La Fifa, per ora, non amplia. Il Belgio protesta. L’Europa osserva con irritazione. E in mezzo c’è il campo, che come spesso accade arriva per ultimo, solo allora, a provare a chiudere una discussione che però difficilmente finirà con il novantesimo.








