Gli Stati Uniti e l’Iran si sono scambiati nuovi attacchi nella giornata di domenica 19 luglio, tra la Giordania, il Golfo e il sud-ovest iraniano, dopo che un raid attribuito a Teheran contro una base americana in territorio giordano ha ucciso due soldati Usa e lasciato disperso un terzo: è l’ottavo giorno consecutivo di escalation, mentre la tregua preliminare annunciata a giugno, già fragile, è ormai saltata.
Escalation Usa-Iran: colpiti Giordania, Iran e Kuwait
Secondo i media iraniani, nella notte è stato colpito un impianto nucleare in costruzione a Darkhoveyn, nel sud-ovest del Paese, insieme all’isola di Qeshm; quasi nelle stesse ore, in Kuwait, un impianto elettrico e di desalinizzazione dell’acqua è stato centrato per la seconda volta in due giorni, con un incendio confermato dalle autorità locali. Più tardi, ha riferito l’agenzia statale giordana, l’esercito di Amman ha intercettato tre missili iraniani, mentre un quarto è caduto in una zona remota del Paese, dopo un avvertimento americano su un possibile attacco contro il porto di Aqaba. Intanto anche Israele, dal confine sud, ha fatto sapere di aver lanciato “diversi intercettori” verso detriti di missili diretti in area giordana, con frammenti individuati nei pressi di Eilat: nessun ferito, nessun danno, almeno secondo la versione fornita dai militari.
La morte dei soldati americani e la risposta di Washington
Il punto di rottura, però, resta l’attacco di venerdì contro la base Usa in Giordania. Immagini verificate diffuse nelle ultime ore mostrano almeno due impatti all’interno della struttura e una forte esplosione; il bilancio, aggiornato da Washington, parla di due militari statunitensi uccisi e di un disperso. “Godspeed, heroes. Their sacrifice only stiffens our resolve”, ha scritto il segretario alla Difesa Pete Hegseth, con parole che hanno subito segnato il tono della risposta americana. Il Pentagono ha spiegato che l’ottava notte consecutiva di raid contro l’Iran è stata “progettata per ridurre ulteriormente la capacità iraniana di minacciare il traffico commerciale nello Stretto di Hormuz” e, insieme, per “punire rapidamente le forze dei Pasdaran che hanno lanciato attacchi contro il personale americano in Giordania”.
Il numero dei caduti statunitensi nel conflitto è così salito a 16, dopo che un pilota della Marina Usa, scomparso nei giorni scorsi, è stato dichiarato morto. Sul fronte iraniano, invece, il ministero della Salute di Teheran sostiene che i raid americani abbiano causato almeno 50 morti e oltre 500 feriti nelle ultime tre settimane. Sono cifre che non possono essere verificate in modo indipendente, eppure danno la misura di una crisi ormai ben oltre la fase dei messaggi indiretti.
Hormuz chiuso, accuse reciproche sulle infrastrutture civili
Nelle ultime ore la tensione si è allargata anche al traffico marittimo. L’Iran ha dichiarato chiuso lo Stretto di Hormuz, snodo decisivo per le spedizioni petrolifere mondiali, mentre gli Stati Uniti hanno ripristinato il blocco dei porti iraniani. I Pasdaran hanno inoltre affermato che due navi, dopo aver ignorato gli avvisi iraniani a non transitare nello Stretto, sarebbero rimaste coinvolte in “un incidente”; quindi l’avvertimento, quasi brutale: tutte le imbarcazioni “influenzate” dagli Usa e instradate su rotte ritenute “non sicure” avrebbero “certamente affrontato incidenti”. Parole pesanti, che arrivano in un’area dove basta poco, un errore di rotta, una lettura sbagliata del radar, per allargare ancora il conflitto.
Resta poi il nodo delle infrastrutture civili. Sabato il Consiglio di Cooperazione del Golfo, che riunisce Bahrein, Kuwait, Oman, Qatar, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, ha accusato Teheran di aver preso di mira obiettivi non militari dopo il primo attacco contro l’impianto kuwaitiano. L’Iran, dal canto suo, ha sostenuto di aver colpito anche una base aerea e un deposito usato dalle forze americane in Kuwait. Washington respinge le accuse e insiste: i raid statunitensi, ha spiegato l’amministrazione, hanno riguardato “esclusivamente obiettivi militari, comprese infrastrutture logistiche”. In base al diritto internazionale, colpire civili o aree civili è illegale; solo in alcune circostanze, se utilizzati per sostenere lo sforzo bellico, ponti, centrali o stazioni possono perdere la loro protezione. Ed è proprio su questa linea grigia che, adesso, i due fronti si accusano a vicenda.
La tregua saltata e il rischio di una crisi regionale più ampia
A giugno, dopo settimane di combattimenti, Washington e Teheran avevano raggiunto un’intesa preliminare per fermare la guerra. L’accordo, tuttavia, si è sfilacciato in fretta, fino alla dichiarazione del presidente Donald Trump, l’8 luglio, che lo ha definito “finito”. Da quel momento gli scambi di colpi sono tornati regolari, quasi quotidiani, con una progressione che ha coinvolto non solo Iran e Stati Uniti ma anche Giordania, Kuwait, il traffico del Golfo e, indirettamente, Israele.
Nella tarda serata di sabato, la guida suprema iraniana Mojtaba Khamenei ha affidato a una dichiarazione scritta la replica politica: le “ripetute violazioni” americane dell’intesa, ha detto, avrebbero mostrato una verità di fondo, cioè che la firma del presidente degli Stati Uniti sarebbe “priva di valore e di credibilità”. È un passaggio che pesa, perché chiude — almeno per ora — lo spazio del negoziato. E intanto, sul terreno, restano i fatti: missili intercettati, soldati uccisi, impianti energetici colpiti, rotte marittime sotto minaccia. Solo allora si capisce quanto il conflitto, nato come confronto limitato, stia assumendo i contorni di una crisi regionale vera e propria.








