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Chi sono i fratelli Tate, gli influencer della manosfera finiti di nuovo nei guai a Miami

Due uomini ammanettati scortati da agenti in borghese verso l’ingresso di un tribunale, con giornalisti sullo sfondo
Uomini scortati in manette verso un tribunale, mentre i media seguono la scena: immagine simbolica di un caso giudiziario ad alta visibilità.

Andrew e Tristan Tate sono stati arrestati a Miami nelle ultime ore, secondo quanto reso noto dalla Crown Prosecution Service britannica e da fonti citate dalla stampa anglosassone, dopo una richiesta di estradizione del Regno Unito legata a nuove accuse per stupro, tratta di esseri umani, aggressione e altri reati contestati per fatti avvenuti tra il 2010 e il 2017. La notizia riporta al centro due figure diventate, nel giro di pochi anni, il volto più riconoscibile della manosfera, quell’ecosistema online che mescola misoginia, culto della ricchezza, retorica anti-femminista e, in alcuni casi, vere catene di sfruttamento.

Cos’è la manosfera e perché i fratelli Tate ne sono diventati il simbolo

Il termine manosfera circola da anni e indica una galassia di community online maschiliste, forum, canali video e gruppi chiusi che si presentano come spazi di “difesa degli uomini” ma che spesso trasformano quel linguaggio in ostilità sistematica verso le donne. Le radici sono più vecchie di internet, risalgono ai movimenti per la liberazione maschile degli anni Settanta; poi, col tempo, la spinta critica iniziale si è rovesciata in un discorso di rivalsa.

Con i social media, però, il fenomeno ha cambiato scala. Non più nicchie isolate, ma contenuti replicati dagli algoritmi, rilanciati da creator, monetizzati con abbonamenti e corsi. In questo spazio Andrew Tate, ex kickboxer britannico-americano, ha trovato il suo pubblico: giovani uomini, spesso molto giovani, a cui prometteva riscatto, denaro e potere. Eppure il cuore del suo messaggio, dietro le auto di lusso e i sigari esibiti in video, restava sempre quello: subordinazione femminile e dominio maschile.

Un passaggio lo aveva mostrato bene anche il documentario “Louis Theroux: Inside the Manosphere”, uscito su Netflix a marzo, nel quale il documentarista britannico provava a entrare in quel mondo. Andrew Tate non ha partecipato, ma la sua figura attraversava comunque il racconto come un riferimento costante, quasi inevitabile.

Dalla kickboxing all’impero online costruito in Romania

Prima della notorietà digitale, Andrew Tate e il fratello Tristan si erano fatti conoscere nel mondo della kickboxing. Figli di Emory Andrew Tate Jr., maestro internazionale di scacchi e militare americano, hanno raccontato più volte un’infanzia segnata da paura, disciplina e violenza domestica. Andrew, in diversi podcast, ha descritto il padre come una figura venerata e temuta; Tristan, in un’intervista al New Yorker, ha parlato di punizioni fisiche con la cintura.

Il salto arriva a metà anni Dieci, quando i due si trasferiscono in Romania. A nord di Bucarest, secondo le ricostruzioni investigative, avrebbero costruito una struttura operativa nota come American Village, un complesso protetto da guardie armate dove sarebbero state ospitate e controllate diverse donne reclutate per attività online a sfondo sessuale. È lì che il personaggio pubblico di Andrew Tate, già aggressivo e provocatorio, si salda con il presunto sistema criminale contestato dalle procure.

In parallelo nascono i suoi prodotti digitali: la War Room, club ad abbonamento da migliaia di dollari l’anno, e poi la Hustlers University, piattaforma venduta come scuola di arricchimento personale a 49,99 dollari al mese. Il meccanismo era semplice, e molto efficace: video, slogan, lezioni e un programma di affiliazione che spingeva gli iscritti a ripubblicare clip di Tate ovunque. Così la sua immagine è finita ovunque, da TikTok a X, moltiplicata da decine di migliaia di account.

Le accuse: tratta, coercizione e il caso esploso tra Romania e Regno Unito

Le accuse più pesanti riguardano il modo in cui, secondo gli inquirenti, i fratelli avrebbero reclutato, manipolato e sfruttato economicamente numerose donne. In base agli atti emersi nelle indagini, il modello sarebbe stato quello della seduzione, seguita dall’isolamento e dalla pressione psicologica. Una delle storie citate più spesso è quella di Iasmina Pencov, indicata nelle ricostruzioni come donna molto vicina ad Andrew Tate e poi coinvolta nella gestione delle nuove arrivate.

Alcuni materiali video attribuiti a Tate, già circolati negli anni scorsi, mostravano un linguaggio brutale. In uno di questi, rivolto agli iscritti della War Room, spiegava che per il “business” era essenziale avere donne innamorate e dipendenti. Frasi che oggi vengono rilette alla luce delle accuse di tratta a scopo di sfruttamento sessuale. I fratelli hanno sempre respinto le contestazioni.

La prima crepa nel sistema, secondo diverse ricostruzioni giornalistiche, sarebbe arrivata da una giovane americana che aveva raggiunto il complesso in Romania pensando a un lavoro diverso. I messaggi inviati alla famiglia avrebbero allertato l’ambasciata Usa, fino a un blitz delle autorità rumene. L’indagine, allora, non portò subito a una svolta definitiva. Ma nel frattempo, nel Regno Unito, la polizia stava ricostruendo le origini del business delle webcam e raccogliendo denunce relative a fatti precedenti.

L’arresto a Miami e il peso politico del fenomeno Tate

Ora il caso entra in una fase nuova. Secondo la dichiarazione diffusa sabato dalla Procura della Corona del Regno Unito, alle accuse già note se ne aggiungono 38 nuove, riferite ad altre quattro presunte vittime. Andrew Tate deve rispondere, tra l’altro, di stupro, favoreggiamento della tratta a scopo di sfruttamento sessuale, aggressione con lesioni personali e altri capi d’imputazione; anche Tristan Tate è accusato di stupro e tratta di esseri umani. La comparizione davanti a un tribunale federale di Miami, stando a quanto riferito da una fonte citata dalla stampa americana, è attesa all’inizio della prossima settimana.

Il peso dei fratelli Tate, però, non è solo giudiziario. Negli ultimi anni Andrew Tate è diventato anche un riferimento politico per una parte dell’universo MAGA, sostenendo apertamente Donald Trump e rilanciando contenuti pro-Trump durante la campagna per le elezioni americane del 2024. Il suo slogan, pubblicato su X dopo il voto — “il patriarcato è tornato” — era insieme una provocazione e una sintesi del personaggio.

Resta questo, in fondo, il punto centrale. Il caso Tate non riguarda soltanto due influencer accusati di reati gravi; riguarda anche la capacità della manosfera di trasformare messaggi di odio e subordinazione in un prodotto culturale globale, venduto come emancipazione maschile. E solo allora, davanti alle aule di tribunale, si capirà se quella macchina — costruita tra video virali, abbonamenti e fedeltà ideologica — comincerà davvero a fermarsi.

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