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20 orologi sottovalutati di Rolex, TAG Heuer, Omega e altri marchi da riscoprire

Orologio da polso vintage su scrivania in legno accanto a scatola consumata, lente e taccuino sfocati sullo sfondo
Un orologio dal look anni ’70 riscoperto su una scrivania, immagine ideale per parlare di modelli sottovalutati da collezione.

A luglio 2026, nel mondo dell’orologeria e tra collezionisti, giornalisti e case d’asta, torna a farsi strada una domanda semplice solo in apparenza: quali sono gli orologi più sottovalutati sul mercato, oggi e nel recente passato, e perché alcuni modelli continuano a restare ai margini nonostante tecnica, storia e personalità. Lo spunto arriva da un Bulova Jet Star, riedizione di un design anni Settanta con cassa sfaccettata e quadrante grigio dégradé, ripescato da una scatola di vecchi oggetti e poi rimesso al polso per settimane: prezzo contenuto, circa 650 dollari sul sito del marchio, eppure una presenza che — complice il movimento Precisionist al quarzo da 262 kHz, otto volte più rapido di un quarzo tradizionale — ha raccolto più commenti del previsto.

Bulova Jet Star e il fascino degli orologi sottovalutati

Il caso del Bulova Jet Star spiega bene il punto. Bulova, oggi nel gruppo Citizen, non è quasi mai il primo nome evocato dagli appassionati, nonostante un curriculum che comprende l’Accutron, indicato come il primo orologio completamente elettronico, e un primato curioso: grazie all’astronauta David Scott su Apollo 15, un suo segnatempo personale fu indossato sulla Luna. Eppure proprio il Jet Star, con la sua lancetta dei secondi dal moto fluido, ha riaperto il dibattito su quei modelli che valgono più della reputazione che li accompagna.

Da qui la domanda girata a figure note del settore — da Sotheby’s a TAG Heuer, passando per giornalisti e designer — su quali siano gli orologi ingiustamente trascurati. Le risposte, in realtà, raccontano anche altro: gusti personali, memorie, perfino piccole ossessioni. Alcuni hanno scelto pezzi quasi invisibili al grande pubblico, altri riferimenti molto noti ma giudicati in modo sbrigativo. Non sempre, insomma, “sottovalutato” significa raro.

TAG Heuer, Rolex e Chopard: i nomi grandi che chiedono una seconda lettura

Il marchio citato più spesso è TAG Heuer, e non sorprende. Nicholas Biebuyck, heritage director della maison, ha indicato i primi Heuer Carrera ref. 2447 e ref. 3647, cronografi legati al motorsport e ancora reperibili, ha spiegato, sotto i 7.000 dollari. A suo giudizio hanno proporzioni riuscite, un design senza tempo e un peso storico che il mercato non riconosce fino in fondo. Più radicale la scelta del collezionista Yandretti, che ha puntato sul TAG Heuer Monaco V4: cinghie di trasmissione microscopiche, quattro bariletti come un motore a V, massa lineare. Presentato a Baselworld 2004 e arrivato in produzione solo cinque anni dopo, resta un oggetto fuori asse, né davvero da puristi né da clienti tradizionali del marchio.

Tra i nomi più grandi compare anche Rolex. Per James Marks di Sotheby’s, il Rolex Land-Dweller è il miglior Rolex contemporaneo: bracciale integrato, cassa sottile, calibro 7135 e 16 brevetti legati al solo movimento. Alcuni, ha osservato, storcono il naso davanti al quadrante a nido d’ape, ma è proprio sotto quel quadrante che starebbe il cuore tecnico del modello. Sul versante Chopard, invece, le segnalazioni sono due: il Chopard Alpine Eagle 36 mm, lodato per il movimento di manifattura e il bracciale, e il più appartato L’Heure du Diamant, che secondo Tracey Llewellyn continua a essere ignorato nonostante lavori su pietre ornamentali e piccoli calibri meccanici sviluppati internamente. Silenzioso, quasi schivo. Ma c’è.

Le scelte da intenditori: Lange, Parmigiani, Jaeger-LeCoultre e gli indipendenti

Tra i pezzi più ricercati, ma ancora non pienamente celebrati, c’è l’A. Lange & Söhne Little Lange 1 “Baby Darth” ref. 111.035. Geoff Hess, global head of watches di Sotheby’s, lo definisce una gemma non ancora scoperta davvero: cassa da 36 mm, platino, quadrante nero, numeri limitati. In un mercato che è tornato a guardare con interesse alle misure più contenute, il modello originale — ha detto — meriterebbe più attenzione della riedizione del 2024.

Poi c’è chi ha preferito la complicazione insolita. La giornalista Scarlett Baker ha indicato il Parmigiani Fleurier Tonda PF Chronographe Mystérieux, cronografo che a prima vista non sembra neppure un cronografo: le lancette della funzione compaiono solo quando si attiva il meccanismo. Thomas Watts ha invece ricordato il Jaeger-LeCoultre Reverso Memory ref. 255.08.82, con la complicazione “Memory” sul lato posteriore, capace di misurare fino a 30 minuti. Quotazioni attorno ai 7.000 dollari, ha osservato, per un Reverso complicato di una manifattura di primo piano.

Nel mondo degli indipendenti spuntano il Ludovic Ballouard Upside Down, con i dischi delle ore che si ribaltano lasciando leggibile solo quella corrente, e il Winnerl Heart Return di Bernhard Zwinz, citato da Russell Sheldrake per la qualità dell’architettura e delle finiture. Più controversa, ma non meno interessante, la difesa degli early Richard Mille: per Matteo Violet-Vianello, i primi modelli — come l’RM 002 con tourbillon sviluppato con APRP — sarebbero oggi meno considerati di quanto meriterebbero, schiacciati tra pregiudizi sociali e ricerca del riferimento più vistoso.

Accutron, G-Shock e Beta 21: quando la tecnica conta più del prestigio

Non tutti, però, hanno guardato al lusso in senso classico. Benoît Mintiens, fondatore di Ressence, ha scelto il Bulova Accutron Spaceview, simbolo dell’ingresso dell’elettronica nell’orologio da polso: diapason al posto del bilanciere, frequenza a 360 Hz, quel ronzio riconoscibile — di notte, ha ammesso, anche troppo — e una lancetta dei secondi dal moto ipnotico. Un pezzo che restituisce bene l’ottimismo tecnologico degli anni Sessanta, prima che il quarzo, più economico e preciso, cambiasse tutto.

Sul fronte opposto del listino, Kingflum, autore di ScrewDownCrown, ha difeso il Casio G-Shock DW-5600. Costa poco più di 100 dollari, ma il progetto concepito dall’ingegnere Kikuo Ibe negli anni Ottanta — sospendere il modulo all’interno della cassa per assorbire gli urti — viene presentato come una soluzione ingegneristica di altissimo livello, spesso sottostimata proprio perché popolare. Stesso discorso, in parte, per gli orologi al quarzo Beta 21 dei primi anni Settanta: per James Dowling sono poco amati solo perché portano la parola “quartz” sul quadrante, eppure hanno dimensioni attuali, secondi continui e, in alcuni casi, quadranti in pietra molto ricercati.

Il punto, alla fine, resta questo: nel mercato degli orologi da collezione il prezzo o la fama del marchio non bastano a spiegare il valore percepito. A volte conta la tecnica, altre la storia, altre ancora quella sensazione difficile da misurare che arriva quando un orologio, rimesso al polso quasi per caso, comincia a farsi notare. E solo allora cambia tutto.

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