Il prezzo del petrolio è tornato sopra i 100 dollari al barile per la prima volta da maggio giovedì 23 luglio, sui mercati internazionali, perché la nuova escalation tra Stati Uniti e Iran e gli attacchi degli Houthi nel Mar Rosso hanno riacceso i timori su una stretta delle forniture energetiche globali. Il riferimento è il Brent, salito di oltre il 6% in una seduta già tesa, dopo alcuni giorni di rialzi consecutivi. Eppure, appena poche settimane fa, il mercato si era mosso nella direzione opposta, complice una tregua poi saltata.
Petrolio sopra 100 dollari: cosa sta succedendo sui mercati energetici
A spingere il Brent crude oltre la soglia psicologica dei 100 dollari è stato un insieme di fattori militari e logistici, non solo finanziari. Da una parte, Washington ha intensificato i raid contro l’Iran; dall’altra, gli attacchi dei ribelli Houthi contro alcune petroliere nel Mar Rosso hanno riportato al centro un corridoio decisivo per l’export, usato anche dall’Arabia Saudita per evitare il passaggio nello Stretto di Hormuz. In quel momento il mercato ha reagito quasi senza filtro: più rischio sulla rotta, più premio sul prezzo. Il petrolio, che dopo il cessate il fuoco temporaneo tra Usa e Teheran era sceso ai livelli precedenti all’inizio delle operazioni militari del 28 febbraio, ha invertito la tendenza. A pesare sono state anche le parole del segretario di Stato americano Marco Rubio, secondo cui i dirigenti iraniani “non sono pronti a un accordo”. Una frase politica, certo, ma letta dagli operatori come il segnale che una de-escalation non è vicina.
Aumentano benzina, diesel e gas: gli effetti nel Regno Unito e negli Stati Uniti
I riflessi si vedono già sui prezzi al consumo, prima ancora che sui dati macroeconomici di medio periodo. Nel Regno Unito, secondo i numeri diffusi giovedì, la benzina è aumentata di circa 5 pence al litro dall’inizio di luglio e si è avvicinata a 1,56 sterline; il diesel, stando alle rilevazioni della RAC, viaggia in media a 1,72 sterline al litro. Anche il gas ha ripreso a correre: il benchmark britannico è arrivato attorno a 150 pence per therm, contro i circa 98 pence di fine giugno. Negli Stati Uniti la situazione non è molto diversa: i prezzi medi della gasoline hanno superato di nuovo i 4 dollari al gallone, dai 3,92 dollari registrati un mese fa, secondo l’associazione AAA. Per gli automobilisti è il primo impatto, il più visibile; poi però arrivano i rincari meno immediati, quelli su trasporti, logistica, distribuzione. E così, con qualche settimana di ritardo, può salire anche il conto della spesa.
Inflazione sotto pressione: perché le banche centrali restano caute
Il nodo, adesso, è tutto nell’effetto a catena sull’inflazione. Sia nel Regno Unito sia negli Stati Uniti i dati recenti avevano mostrato un rallentamento: nel caso britannico il tasso annuo di giugno è sceso al 2,6%, aiutato anche dal raffreddamento dei carburanti; negli Usa si è attestato al 3,5%. Ma la frenata potrebbe durare poco, se i prezzi dell’energia resteranno elevati. Jonathan Raymond, investment manager di Quilter Cheviot, lo ha spiegato in modo netto: “Carburante ed energia più costosi possono propagarsi nell’economia, aumentando i costi per le imprese e, alla fine, i prezzi di cibo e altri beni”. Non è solo una questione di pompe di benzina, insomma. “Questo crea un altro problema per le banche centrali”, ha aggiunto, perché tassi energetici alti possono costringere i policymaker a tenere i tassi d’interesse più elevati più a lungo, o persino a ritoccarli verso l’alto. Un colpo, ha osservato, per chi ha un mutuo o per chi già fatica a sostenere il costo del credito.
Bank of England e Fed: tassi fermi, ma il conflitto cambia lo scenario
Sul fronte monetario, per ora prevale la prudenza. La Bank of England ha lasciato i tassi al 3,75% nelle ultime quattro riunioni e, secondo Paul Dales, capo economista per il Regno Unito di Capital Economics, li terrà “quasi certamente” fermi anche al prossimo appuntamento. Solo allora, se la spinta dell’energia dovesse rientrare, potrebbero riaprirsi margini per tagli nel 2027. Negli Stati Uniti il quadro è altrettanto delicato: il nuovo presidente della Federal Reserve, Kevin Warsh, ha detto al Congresso di non avere “alcuna tolleranza verso un’inflazione persistentemente elevata”. Un messaggio che suona anche come risposta indiretta alle pressioni della Casa Bianca. Donald Trump, infatti, aveva chiesto con insistenza una riduzione del costo del denaro già prima del cambio al vertice della Fed e si aspetta che la nuova guida vada in quella direzione. Per adesso non è accaduto: alla sua prima riunione, il mese scorso, la Fed ha lasciato i tassi nella forchetta tra 3,5% e 3,75%. Warsh ha ribadito di voler “ristabilire la stabilità dei prezzi” mentre il conflitto in Medio Oriente continua a riflettersi sui mercati. E il mercato, questa volta, gli crede.








