L’ex presidente sudafricano Jacob Zuma ha incontrato Ajay Gupta in India nei giorni scorsi, secondo una fotografia diffusa dai media locali e rilanciata venerdì 3 luglio dal dibattito politico di Pretoria, riaccendendo il caso della state capture che, da quasi un decennio, pesa sulla vita pubblica del Sudafrica: un faccia a faccia che il governo considera un affronto, perché coinvolge uno dei nomi più discussi dello scandalo di corruzione legato ai fratelli Gupta.
Zuma-Gupta, il caso torna al centro della politica sudafricana
A far salire subito il tono è stata Khumbudzo Ntshavheni, ministra della presidenza, che in un briefing del governo ha detto che Zuma sta mostrando “il dito medio ai sudafricani” dopo le perdite e i danni provocati, a suo dire, dalle manovre dei Gupta. Parole dure, insolite anche per la politica sudafricana, arrivate dopo la circolazione di una foto che ritrae Jacob Zuma e Ajay Gupta insieme in un tempio indiano. Non è un dettaglio secondario. Per anni il cognome Gupta è stato associato alle accuse di influenza indebita sulle scelte dell’esecutivo, sugli appalti pubblici e sulle nomine nelle grandi aziende di Stato.
La ministra ha insistito su un punto, quasi più politico che giudiziario: l’84enne Zuma, oggi leader del partito uMkhonto weSizwe (MK), avrebbe anche fatto sapere di voler correre di nuovo alle prossime elezioni sudafricane. “Vuole guidare ancora questo Paese”, ha detto in sostanza Ntshavheni, eppure si mostra accanto a una figura che per molti cittadini resta il simbolo della stagione più opaca dell’ANC al potere. Una ferita, in Sudafrica, ancora aperta.
Che cosa fu la “state capture” e perché i Gupta restano un simbolo
Le accuse contro i fratelli Gupta risalgono a circa dieci anni fa, quando emerse il sospetto che la famiglia di imprenditori di origine indiana avesse tratto vantaggio dalla vicinanza con l’allora presidente Jacob Zuma, influenzando decisioni governative e orientando risorse pubbliche. Sia Zuma sia i Gupta hanno sempre negato di aver commesso illeciti. Ma intanto, nel 2018, la famiglia lasciò il Sudafrica proprio mentre una commissione giudiziaria avviava l’inchiesta sulla cosiddetta state capture, espressione con cui nel Paese si indica la cattura di pezzi dello Stato da parte di interessi privati.
Il quadro giudiziario, però, è rimasto accidentato. Le autorità sudafricane revocarono l’anno successivo il mandato di arresto per Ajay Gupta, mentre i due fratelli più giovani, Atul Gupta e Rajesh Gupta, si trasferirono negli Emirati Arabi Uniti. Nel 2023 un tribunale emiratino respinse la richiesta di estradizione avanzata da Pretoria. In altre parole, i protagonisti di uno dei più noti scandali politici sudafricani sono rimasti in larga parte fuori dalla portata della giustizia locale. Ed è anche per questo che quella foto in India pesa più di quanto sembri.
Le accuse al diplomatico e l’indagine annunciata da Pretoria
Nello stesso briefing, Ntshavheni ha definito una “vergogna” il fatto che l’alto commissario sudafricano in India, Anil Sooklal, avrebbe accompagnato Zuma all’incontro con Ajay Gupta. Se confermato, il passaggio aprirebbe un caso istituzionale delicato, perché chiamerebbe in causa non solo i rapporti personali dell’ex presidente, ma anche il comportamento della rappresentanza diplomatica sudafricana all’estero.
Poche ore dopo è intervenuto il ministro delle Relazioni internazionali, Ronald Lamola, annunciando un’indagine sull’episodio. Lamola ha detto che, a prima vista, Zuma sembrerebbe muoversi come se stesse conducendo una “politica estera parallela”. Formula pesante. Significa, nei fatti, che l’ex capo dello Stato starebbe tessendo relazioni e mandando segnali politici fuori dai canali ufficiali, in una fase in cui il suo nuovo ruolo di leader del partito MK lo colloca ormai in aperta competizione con il suo vecchio partito, l’African National Congress.
Dalla caduta del 2018 al ritorno sulla scena con il partito MK
Jacob Zuma fu costretto a lasciare la presidenza nel 2018 dopo una lunga sequenza di accuse di corruzione e abusi di potere, sempre respinte dall’ex presidente. Per anni è rimasto una figura divisiva: ancora popolare in alcune aree, soprattutto nel KwaZulu-Natal, ma contestata da una parte ampia dell’opinione pubblica che lo considera il volto di una stagione di declino amministrativo, sfiducia e sprechi. Poi è arrivato il ritorno politico, inatteso solo in parte, con la nascita e la crescita del partito uMkhonto weSizwe.
Il punto, adesso, non è solo la foto o l’incontro in sé. È ciò che quella scena rappresenta nel lessico politico sudafricano: Zuma accanto a Ajay Gupta, anni dopo lo scandalo, mentre torna a parlare di elezioni e di futuro. A Pretoria la lettura è netta, e anche piuttosto amara: per il governo, quel gesto riporta al centro una stagione che il Paese non ha ancora chiuso davvero. Quanto alle conseguenze concrete dell’indagine, per ora non ci sono dettagli pubblici sui tempi e sull’eventuale perimetro degli accertamenti. Ma il messaggio politico, quello sì, è già arrivato.








