Negli Stati Uniti, dove l’uso dei farmaci GLP-1 come Ozempic, Wegovy e semaglutide continua a crescere anche tra persone con una storia di disturbi alimentari, medici, ricercatori e pazienti si interrogano oggi su un punto preciso: se questi medicinali possano davvero ridurre il cosiddetto “food noise”, il rumore mentale legato al cibo, oppure se finiscano per aggravare quadri già fragili, dalla bulimia all’anoressia atipica. È il nodo che emerge da studi ancora limitati e da testimonianze dirette, spesso contraddittorie, raccolte tra chi cerca un sollievo dopo anni di ricadute, restrizioni e abbuffate.
GLP-1 e disturbi alimentari, perché il tema divide medici e pazienti
Per donne come Jennifer B., 29 anni, di Costa Mesa, California, il richiamo è semplice da capire. “Penso al cibo ogni secondo della giornata”, ha raccontato, spiegando di convivere con la bulimia fin dalle scuole medie e di aver iniziato da poco a praticarsi iniezioni settimanali di GLP-1 per tentare di spegnere quel pensiero continuo. Una storia simile arriva da Salt Lake City, dove Julie, 30 anni, pseudonimo, con una diagnosi di anoressia atipica, sperava di lasciarsi alle spalle conteggi ossessivi di calorie, sensi di colpa e allenamenti eccessivi.
Il motivo per cui questi farmaci attirano così tanto interesse sta nel loro meccanismo: imitano un ormone che regola fame e sazietà, rallentano la digestione e inviano al cervello il segnale che il corpo è pieno. In quel momento, per chi vive intrappolato in rituali alimentari rigidi o in abbuffate ripetute, l’idea di un interruttore capace di abbassare il volume del rapporto patologico con il cibo appare quasi una via d’uscita. Eppure il punto, spiegano gli specialisti, è che non tutti i disturbi alimentari funzionano allo stesso modo, e non tutti reagiscono allo stesso trattamento.
Gli studi disponibili sul semaglutide: segnali incoraggianti, ma dati ancora pochi
Sul piano scientifico, qualcosa si muove ma il quadro resta incompleto. Uno studio retrospettivo pubblicato nel 2023 su Obesity Pillars ha osservato che i pazienti trattati con semaglutide mostravano una riduzione maggiore dei sintomi di binge eating rispetto a chi assumeva altri farmaci anti-obesità. Un segnale, appunto. Non una prova definitiva.
A frenare gli entusiasmi è anche una revisione uscita sull’International Journal of Eating Disorders, secondo cui le ricerche disponibili hanno limiti pesanti: campioni piccoli, durata breve, metodi non sempre solidi. Soprattutto, mancano studi specifici sugli effetti di questi medicinali in persone con anoressia o bulimia. Rachelle Heinemann, specialista del New Jersey e autrice del podcast Understanding Disordered Eating, ha spiegato che i GLP-1 potrebbero aiutare “una piccola parte di pazienti” con specifici problemi ormonali o di insulino-resistenza, ma teme che il loro uso su larga scala rafforzi un messaggio culturale già radicato: l’idea che essere più magri coincida, di per sé, con l’essere più sani.
I rischi clinici: restrizione, vomito e malnutrizione restano sullo sfondo
È qui che le esperienze individuali diventano centrali. Nei disturbi di tipo restrittivo, come l’anoressia nervosa, un farmaco che toglie fame e piacere del cibo può accentuare comportamenti già pericolosi, aumentando il rischio di squilibri elettrolitici, complicanze cardiache e malnutrizione. Per chi soffre di disturbo da alimentazione incontrollata, invece, la riduzione dell’appetito può abbassare la frequenza delle abbuffate, ma non interviene sulle cause emotive che spesso le innescano. E nelle persone con condotte di eliminazione, nausea e fastidio gastrico — effetti collaterali tipici — possono perfino favorire nuovo vomito autoindotto.
Julie lo ha raccontato senza girarci troppo intorno: con il tempo ha cominciato a usare semaglutide e Adderall per sopprimere l’appetito in modo sempre più disfunzionale. “C’erano settimane in cui mangiavo uno o due pasti completi, e giorni da 300 o 400 calorie”, ha ammesso. Nonostante il medico si dicesse soddisfatto per il dimagrimento, gli esami del sangue hanno poi confermato uno stato di malnutrizione. Ha parlato di caduta dei capelli, stanchezza, dolori diffusi, gengive sanguinanti. Segni concreti, non teoria.
Prescrizioni facili online e controlli ridotti: il nodo degli screening
Una delle preoccupazioni maggiori riguarda la facilità con cui questi farmaci possono essere ottenuti. Tra servizi di telemedicina e piattaforme online dedicate alla perdita di peso, una prescrizione può arrivare in tempi molto rapidi, talvolta senza un’anamnesi approfondita sui precedenti di disturbi alimentari. Kim Dennis, cofondatrice e direttrice sanitaria di SunCloud Health, rete di centri specializzati, ha detto che molte persone con anoressia atipica ricevono queste terapie senza uno screening adeguato, anche quando risultano già malnutrite “nonostante la loro taglia corporea”.
La stessa Jennifer ha ammesso di aver ordinato il semaglutide online senza parlarne con il proprio medico curante, dopo esperienze negative con professionisti sanitari. Una sfiducia diffusa, secondo gli esperti, anche perché molti medici di base hanno una formazione limitata sul riconoscimento dei segnali di allarme nei disturbi alimentari. E poi c’è il problema del dopo: se il farmaco funziona, ci si può fermare? Heinemann osserva che, una volta sospesa la terapia, il sistema di ricompensa può riattivarsi con forza, mentre la persona — dopo mesi o anni di regolazione esterna dell’appetito — rischia di non avere strumenti sufficienti per gestire fame e impulsi.
Tra beneficio e dipendenza terapeutica: servono trasparenza e monitoraggio
Non tutte le storie, però, vanno nella stessa direzione. Stef, 35 anni, di Oneonta, New York, ha collegato il proprio disturbo alimentare a un’infanzia segnata dalle diete, poi sfociate prima in bulimia, quindi in binge eating disorder. Dopo una diagnosi di diabete, il medico le ha proposto Ozempic anche per ridurre il craving senza ricorrere al conteggio calorico. “Il cambiamento più grande è che il food noise è sparito”, ha confidato. “Posso mangiare un biscotto e fermarmi lì”. Ha aggiunto persino di aver avvertito un calo degli impulsi legati a una vecchia dipendenza dallo shopping.
Per questo, concludono medici e pazienti, la linea da seguire non può essere generica. Serve dire tutto ai curanti — davvero tutto, non una versione ripulita — e lavorare con professionisti che conoscano insieme farmaci GLP-1 e disturbi dell’alimentazione. Bisogna chiedersi se l’obiettivo sia curare il disturbo o, magari senza ammetterlo subito, mantenerlo sotto un’altra forma. Julie lo riassume in una frase secca: bisogna sapersi fermare e riconoscere quando si sta usando il farmaco “per alimentare il disturbo”. Più facile a dirsi che a farsi, certo. Ma è da lì che passa la differenza.








