Donald Trump, parlando al vertice Nato in Turchia negli ultimi giorni, ha rilanciato con toni durissimi contro l’Iran mentre restano formalmente aperti i canali per un negoziato sul dossier nucleare e sulla sicurezza nello Stretto di Hormuz: un passaggio che, al di là delle minacce e degli insulti rivolti a Teheran, conferma come per la Casa Bianca la via diplomatica resti, almeno per ora, l’unica davvero praticabile.
Trump alza i toni, ma non chiude ai colloqui
Davanti ai cronisti, Trump ha definito i dirigenti iraniani “feccia”, “persone malate”, aggiungendo che, se avessero un’arma nucleare, “la userebbero” e che, per quanto lo riguarda, “è finita”. Parole nette, pronunciate a margine del summit Nato, eppure non coincise con una rottura formale dei contatti. Poco dopo, rispondendo a una domanda sull’eventuale stop ai colloqui Usa-Iran, il presidente ha tagliato corto: Steve Witkoff e Jared Kushner “possono parlare”, anche se, ha aggiunto, “stanno perdendo tempo”.
È qui, in quel passaggio quasi laterale, che si legge il punto politico. Per quanto aggressiva sia la linea pubblica della presidenza americana, Washington non ha mostrato di avere un’alternativa più solida del negoziato. Gli Stati Uniti, insieme a Israele, hanno dimostrato di poter colpire l’Iran e infliggergli danni seri; non hanno però ottenuto ciò che cercavano, cioè piegare il regime fino a costringerlo a rinunciare alle sue richieste di fondo.
Il nodo dello Stretto di Hormuz resta il vero centro della crisi
Al cuore dello scontro, più ancora del linguaggio usato da Trump, c’è il controllo dello Stretto di Hormuz, una delle rotte marittime più sensibili del pianeta. Da quel passaggio transita circa un quinto delle forniture mondiali di petrolio e gas, e per Teheran mantenerne la leva strategica significa conservare un potere di pressione diretto sull’economia globale. È un’arma meno teorica del programma atomico, più spendibile, più immediata.
Secondo la ricostruzione emersa nelle ultime ore, il regime iraniano non intende tornare alla situazione precedente agli attacchi del 28 febbraio, quando Usa e Israele hanno dato avvio alla loro offensiva e, nello stesso giorno, è stato ucciso l’ex guida suprema Ali Khamenei. In questo quadro, l’eventuale memorandum d’intesa in discussione con Washington — che includerebbe alleggerimenti economici e aperture sul petrolio — rischia di diventare secondario rispetto a una priorità: ottenere un riconoscimento, implicito o esplicito, del ruolo iraniano nello Hormuz.
Negoziato fragile dopo gli attacchi e i funerali di Khamenei
I contatti diplomatici, riferiscono fonti vicine alla mediazione, sono entrati in una fase di forte incertezza. Un mediatore ha parlato di “battuta d’arresto”, un altro di clima “molto teso”. Formula prudente, quasi burocratica, che però descrive una realtà semplice: dopo giorni di raid, minacce e funerali di Stato per Khamenei, la fiducia tra le parti è vicina allo zero.
La sospensione dei colloqui è coincisa proprio con le esequie dell’ex leader ucciso nei primi bombardamenti. Quelle immagini — piazze piene, apparato mobilitato, messaggi di fedeltà al sistema — hanno dato a Teheran un argomento interno e internazionale: il regime, nonostante il colpo subito, non è crollato. Anzi, ha mostrato di avere ancora un nucleo di consenso. L’opposizione domestica resta, certo, ma dopo la repressione delle proteste di gennaio, soffocate nel sangue secondo diverse denunce internazionali, oggi si muove in sordina.
Nel frattempo Trump ha alternato registri diversi, a volte nello spazio di poche ore: rivendicazioni di vittoria, minacce di colpire “ancora più duramente”, aperture alla trattativa. “Probabilmente li colpiremo più forte stanotte”, ha detto in un altro passaggio, spiegando di aver dato “un piccolo avvertimento”. Frasi che mostrano capacità militare, non una soluzione politica.
Che cosa può contenere un accordo tra Usa e Iran
Se l’escalation dovesse fermarsi, i mediatori ritengono ancora possibile un’intesa. Il perimetro, almeno in base alle indiscrezioni circolate, sarebbe questo: sblocco di parte degli asset iraniani congelati all’estero, possibilità per l’Iran di vendere più liberamente il proprio petrolio, e una cornice che consenta il transito delle navi nello Stretto di Hormuz senza nuovi strappi. Sul piano simbolico e strategico, per Teheran conterebbe soprattutto il riconoscimento della propria autorità nell’area.
In cambio, la Repubblica islamica dovrebbe accettare limiti all’arricchimento dell’uranio, il ritorno degli ispettori Onu e chiarimenti sulle scorte di materiale già arricchito vicino ai livelli necessari per un impiego militare, quello che Trump ha liquidato con un’espressione rozza ma efficace, “polvere nucleare”. È qui che il negoziato si fa più delicato: concessioni tecniche in cambio di sollievo economico e di una nuova sistemazione sul fronte marittimo.
Il problema è il tempo, e pure il contesto. Le ultime 24 ore hanno mostrato quanto sia facile passare dal tavolo alle ritorsioni. Eppure, dietro la retorica di Washington e la sfida lanciata da Teheran, resta un dato che nessuna delle due capitali può ignorare: senza un’intesa, il rischio non è solo un’altra crisi regionale, ma uno shock prolungato su energia, commercio e sicurezza nel Golfo. Per questo i colloqui, anche zoppicando, non sono usciti di scena.








