Nel salotto di Gloria Steinem, a New York, mercoledì pomeriggio, si è parlato di endometriosi in un incontro promosso da Chelsea Leyland e Tatiana Steel, fondatrici della piattaforma Looni, con il sostegno di Spring Fertility e Allara Health: un confronto tra pazienti, medici e attiviste nato per riportare al centro una malattia infiammatoria cronica che, ancora oggi, molte donne raccontano di scoprire tardi e spesso dopo anni di dolore. La scena, già all’ingresso, diceva molto del tono della giornata: luce del tardo pomeriggio, tende dorate, un’ampia poltrona rossa dove sedeva Steinem, e una fila composta di ospiti che si avvicinavano a bassa voce per stringerle la mano e presentarsi.
Nel salotto di Gloria Steinem, il confronto sull’endometriosi
La casa di Gloria Steinem ospita da oltre mezzo secolo i suoi Talking Circles, incontri informali guidati dall’idea che la discussione debba restare orizzontale, senza gerarchie fisse. Anche questa volta il formato è rimasto quello: acqua, tè, perfino whiskey analcolico, indicazioni pratiche date con naturalezza — il bagno era oltre la camera di Steinem, “sì, potete passare di lì” — e penne infilate in un grande vaso verde per scrivere una “verità” da lasciare alle altre sull’endometriosi.
La stessa Steinem ha spiegato perché quel modello continui a sembrarle utile. “Mi piace che non ci sia un presidente o un vicepresidente, ne facciamo tutte parte”, ha detto. “Possiamo partecipare, essere d’accordo o in disaccordo, imparare e scoprire che quello che pensavamo di sapere era sbagliato. Nel cerchio succedono grandi cose”. È da quel punto, solo allora, che la conversazione ha preso velocità, con un tono intimo ma molto concreto.
Le storie delle pazienti: dolore, ritardi e senso di isolamento
Ad aprire il confronto è stata Chelsea Leyland, che ha ricordato come i Talking Circles di Looni siano nati proprio guardando all’esperienza di Steinem. Ha chiesto a ciascuna di presentarsi e di scegliere una parola associata all’endometriosi: da lì è partito un giro di interventi durato circa un’ora, fitto, a tratti spezzato dalle pause, ma sempre diretto.
Una delle partecipanti, artista, ha raccontato di trasformare il dolore nel proprio lavoro. Un’ex atleta, invece, ha descritto il passaggio brusco da una vita ad alte prestazioni alla difficoltà di svolgere gesti minimi, come uscire a prendere la posta senza essere aiutata. In quel momento è emerso il filo comune della giornata: non solo i sintomi fisici, ma la sensazione di non essere capite, eppure di dover continuare a spiegarsi ogni volta da capo.
Tra le presenti c’era anche Elsie Hewitt, attrice e modella, che ha scelto una parola netta: “isolante”. “Mi sono sentita completamente sola e completamente persa. Nessuno sa davvero in che direzione indicarti, c’è un grande vuoto nel sistema”, ha detto parlando del suo percorso. Poi ha aggiunto un dettaglio personale: dopo l’intervento chirurgico, e quando il recupero era ancora appena iniziato, è rimasta incinta e ha avuto una figlia, Scottie, nel dicembre 2025.
La diagnosi resta un nodo aperto
Il punto più delicato, più volte richiamato dalle ospiti, riguarda la diagnosi dell’endometriosi. Hewitt lo ha detto senza giri di parole: è arrabbiata all’idea che, in molti casi, l’unico modo per avere una conferma sia ancora passare da un’operazione maggiore. “Voglio contribuire a spostare qualcosa, in qualunque modo”, ha spiegato, “perché mi manda fuori strada sapere che per scoprire se ce l’abbiamo bisogna affrontare una chirurgia importante. È una cosa ingiusta”.
Secondo la definizione richiamata durante l’incontro, l’endometriosi è una condizione infiammatoria cronica in cui cellule simili a quelle del rivestimento uterino crescono fuori dall’utero. Proprio la difficoltà nel riconoscerne presto i segnali, hanno osservato più partecipanti, finisce spesso per allungare i tempi tra i primi sintomi e il trattamento. Non un passaggio secondario, anzi: è lì che molte donne raccontano di essersi sentite lasciate sole, o non credute.
I medici: riconoscere presto i sintomi
All’incontro era presente anche Tamer Seckin, chirurgo laparoscopico avanzato e cofondatore della Endometriosis Foundation of America, noto anche per essere stato citato da Lena Dunham nel romanzo Famesick e per averla operata. Il suo intervento ha riportato il discorso sul terreno clinico, con un messaggio semplice: servono più medici formati a individuare i segnali iniziali della malattia, perché intervenire prima aiuta a gestirla meglio.
“Ci sono molti sintomi”, ha detto Seckin, “ma la domanda chiave è: si riaccende con il ciclo?”. È una traccia pratica, quasi elementare, che però secondo lui dovrebbe entrare con più decisione nella routine di ascolto medico. Il riferimento, implicito ma chiaro, è alla necessità di non archiviare troppo in fretta il dolore pelvico o mestruale come qualcosa di “normale”.
Il messaggio finale: rompere il silenzio sul corpo femminile
Nella parte conclusiva del confronto, Hewitt è tornata su un tema che ha attraversato tutta la giornata: la scarsa consapevolezza con cui molte donne arrivano a leggere ciò che accade nel proprio corpo. “Un tema comune per chi cerca una diagnosi o l’ha già ricevuta è sentirsi ignara di quello che sta succedendo dentro di noi”, ha osservato. E poi una frase più secca, quasi una chiusura: “Tutti questi prodotti per l’igiene femminile si chiamano ‘secret’ e cose simili. Non è un segreto”.
Anche il riferimento a sua figlia ha dato al pomeriggio una direzione precisa, meno individuale e più pubblica. Hewitt ha confidato di pensare spesso al fatto che Scottie possa un giorno trovarsi ad affrontare la stessa malattia. “Voglio contribuire a creare un mondo in cui mia figlia possa avere il supporto di cui ha bisogno”, ha detto. Nel salotto di Gloria Steinem, tra appunti scritti a mano e testimonianze dette senza alzare la voce, il senso dell’incontro era tutto lì: fare in modo che l’endometriosi non resti più, per chi la vive, una storia privata da sopportare in silenzio.








