Il caso di Gisèle Pelicot, esploso in Francia e diventato un punto di svolta nel racconto pubblico della sottomissione chimica con violenza sessuale, torna oggi al centro dell’attenzione dopo una nuova indagine europea: tra il 22 e il 24 giugno 2026, a Londra, il Progetto Medusa coordinato da Germania e Regno Unito con il supporto di Europol ha portato all’identificazione di 156 persone, tra cui almeno 57 presunti autori e numerose vittime, quasi tutte donne, facendo emergere una rete di uomini accusati di aver drogato e violentato le proprie mogli o partner, spesso filmando gli abusi e condividendoli online.
Che cos’è la sottomissione chimica e perché il caso Pelicot ha cambiato il dibattito
Con sottomissione chimica si intende, in base alla definizione richiamata dagli investigatori e dagli esperti che si occupano del fenomeno, la somministrazione di una sostanza psicoattiva all’insaputa della vittima oppure sotto minaccia, con finalità criminali. Il caso di Gisèle Pelicot ha avuto un peso preciso, quasi uno spartiacque: ha mostrato che questa forma di violenza sessuale non si consuma solo in luoghi pubblici o in contesti occasionali, ma anche dentro la casa, nella routine, lì dove la fiducia dovrebbe proteggere. Ed è stato proprio questo, forse, l’aspetto più difficile da accettare.
Dopo quella vicenda, in Francia ma non solo, sono emersi forum, chat e siti nei quali uomini si scambiavano indicazioni su farmaci, droghe, modalità di somministrazione e perfino consigli su come evitare sospetti. In quelle stesse aree del web circolavano, secondo le ricostruzioni, video e immagini di donne prive di sensi. Non un episodio isolato, dunque. Piuttosto un ambiente che si alimenta da sé, in silenzio.
L’indagine del Progetto Medusa e la rete scoperta da Europol
L’operazione condotta nell’ambito del Progetto Medusa, lanciato nell’aprile 2026, si è concentrata soprattutto sulla dimensione domestica della violenza. Gli indagati, secondo quanto riferito da Europol, avrebbero sfruttato il legame affettivo e la convivenza con mogli o partner per drogarle, abusare di loro o farle violentare da altri uomini, registrando poi i rapporti e condividendo il materiale con commenti definiti dagli inquirenti misogini, violenti e degradanti.
A Londra, dal 22 al 24 giugno, hanno lavorato 29 investigatori provenienti da sette Paesi: Germania, Regno Unito, Francia, Paesi Bassi, Spagna, Brasile e Stati Uniti. L’attività, spiegano le autorità, si è basata sull’incrocio di dati raccolti in tempo reale, utile per ricostruire connessioni, profili, spostamenti digitali. Da qui il numero che pesa: 156 persone identificate e 274 nuove piste investigative aperte, mentre sono state individuate anche quattro nuove comunità online legate alla violenza misogina. L’indagine, va detto, è ancora in corso.
Chat crittografate, forum e una violenza organizzata
Gli uomini coinvolti si sarebbero appoggiati a servizi di messaggistica crittografati, oltre che a forum e chat chiuse, per scambiarsi istruzioni dettagliate: dove reperire illegalmente le sostanze, come somministrarle senza essere scoperti, come riprendere le aggressioni. È qui che l’inchiesta prende una piega più ampia, perché il materiale raccolto non descrive solo singoli reati, ma un metodo. Una procedura quasi fredda, ripetuta, condivisa.
“Queste comunicazioni rivelano una pianificazione dettagliata”, ha commentato Europol, aggiungendo che i contenuti analizzati mostrano come “questi crimini non siano incidenti isolati, ma parte di un modello più ampio di comportamento organizzato e interconnesso”. Il punto, in altre parole, è che la rete digitale non appare qui come semplice contenitore neutro: diventa un acceleratore, uno spazio dove gli autori si legittimano a vicenda, si danno copertura morale e tecnica. Solo allora il quadro si fa davvero completo.
L’allarme degli esperti: non basta la risposta giudiziaria
Per Mara Ghidorzi, Gender Expert e componente della direzione scientifica di Fondazione Libellula, i risultati dell’operazione riportano il dibattito su un terreno scomodo ma necessario. “Il caso di Gisèle Pelicot pensavamo fosse un’eccezione aberrante”, ha spiegato, “e invece i 57 arresti del Progetto Medusa ci riportano dentro un’altra violenza contro le donne agita in modo strutturale, diffuso e organizzato”. Nelle sue parole c’è un punto centrale: gli autori non sono quasi mai figure esterne o marginali, ma uomini considerati normali, inseriti nella vita quotidiana, dentro relazioni di fiducia.
Ghidorzi insiste anche sul ruolo delle piattaforme: la rete e i social network, osserva, non creano da soli sessismo e misoginia, ma possono amplificarli, offrendo anonimato, senso di impunità e spazi in cui l’abuso viene normalizzato. La risposta, per questo, non può fermarsi agli arresti o alla rimozione delle community. Serve un lavoro più profondo, educativo e culturale, che riguardi la maschilità, l’alfabetizzazione emotiva, il riconoscimento del limite e del rifiuto. È un passaggio meno immediato dell’intervento di polizia, eppure decisivo: smantellare le reti criminali è necessario, cambiare il contesto che le rende possibili lo è altrettanto.








