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L’Ucraina colpisce navi russe vicino alla Crimea e intensifica gli attacchi ai rifornimenti di carburante

Petroliera in mare con colonna di fumo nero e fiamme sul ponte, vista dalla riva con rocce in primo piano
Una petroliera in fiamme al largo, con una densa colonna di fumo, in un’immagine che richiama gli attacchi alle rotte di rifornimento vicino alla Crimea.

L’Ucraina ha colpito negli ultimi quattro giorni diverse navi russe e petroliere nel mare d’Azov, tra la Crimea occupata e la costa russa, nel quadro di una nuova fase della strategia di Kyiv contro le linee di rifornimento di Mosca: lo ha rivendicato il comando delle forze senza pilota ucraine, che punta a indebolire i collegamenti via terra e via mare verso la penisola annessa dalla Russia nel 2014. Le immagini notturne diffuse sui social, i dati satellitari citati da analisti indipendenti e le stesse ammissioni di funzionari russi locali indicano che gli attacchi ci sono stati; resta invece incerto il numero esatto delle imbarcazioni danneggiate e la portata complessiva dei danni.

Attacchi nel mare d’Azov e numeri ancora da verificare

Secondo Robert Brovdi, comandante delle forze ucraine dei droni noto come “Magyar”, almeno 25 navi sarebbero state colpite e incendiate tra il 6 e il 9 luglio nel mare d’Azov, bacino collegato al Mar Nero attraverso lo stretto di Kerch. Lo stato maggiore di Kyiv parla addirittura di 36 unità colpite, molte delle quali appartenenti alla cosiddetta “shadow fleet” russa, cioè petroliere commerciali usate per sostenere il commercio energetico nonostante sanzioni e restrizioni. Eppure, sul dato finale, prudenza: alcune navi potrebbero essere state centrate più di una volta e non tutti gli attacchi sono stati confermati in modo indipendente.

Nelle prime ore di martedì hanno iniziato a circolare online filmati di esplosioni in mare, fiamme sul ponte e colonne di fumo visibili a distanza. Brovdi ha elencato raid quasi quotidiani, mentre il governatore della regione russa di Rostov, Yuri Slyusar, ha ammesso che due petroliere vuote sono state attaccate mercoledì nella baia di Taganrog, all’angolo nord-orientale del mare d’Azov. Giovedì, ha fatto sapere l’amministrazione locale, le due navi stavano ancora bruciando.

Kerch, Yalta e la rotta del carburante verso la Crimea

La zona più sensibile resta quella di Kerch, dove da tempo si osservano petroliere in attesa al largo della costa nord-orientale della Crimea occupata, in prossimità di un terminale di carico a terra. Quel porto era già stato colpito il mese scorso e un’analisi di immagini satellitari, citata da BBC Verify, mostra che nei giorni successivi il numero di navi presenti nell’area si è ridotto. In una foto satellitare di mercoledì si vede un’ampia colonna di fumo sollevarsi da una nave a circa 4,2 chilometri dalla costa crimeana; i dati Nasa indicano che l’incendio era attivo già dal 6 luglio.

Nella stessa immagine, una ventina di altre imbarcazioni risulta in movimento verso sud, in direzione del Mar Nero. Ma lasciare il mare d’Azov, ormai, non basta. Lo stato maggiore ucraino ha diffuso mercoledì anche il video di un drone navale lanciato contro una petroliera sanzionata, la Blue: il filmato di bordo mostra l’unità senza equipaggio avvicinarsi sotto il fuoco nemico, poi l’inquadratura si interrompe poco prima dell’impatto. Kyiv sostiene che l’azione sia avvenuta vicino a Yalta, località balneare della Crimea; il luogo, però, non è stato verificato in modo autonomo.

Petroliere colpite, flotta in ritirata e critiche dai canali filorussi

Tra le navi indicate da Brovdi come bersagli figurano le petroliere Venera-3, Sanar-1, Sanar-17, Klimena, Thetis, Alexey Savrasov e Penelopa. Sarebbero finite sotto attacco anche un traghetto passeggeri, la SKS One, e una nave portarinfuse nel porto di Kerch. In uno dei passaggi più pesanti delle ultime ore, il comandante ucraino ha parlato di 12 petroliere colpite in una sola notte, tra mercoledì e giovedì.

Colpisce, in questo quadro, la reazione di alcuni ambienti militari russi vicini al fronte. Il canale Telegram “Military Informant” ha scritto che le petroliere si sono mosse in modo “indifeso”, trasformandosi di fatto in un bersaglio facile per gli operatori ucraini. Mikhail Zvinchuk, autore del canale “Rybar”, ha osservato che la Flotta del Mar Nero si sarebbe ormai “chiusa a Novorossiysk”, con margini limitati perfino per proteggere se stessa. Non una smentita, insomma. Semmai il contrario.

Carenza di carburante, pressione su Putin e timori di escalation

Gli attacchi sul mare si sommano a quelli contro le raffinerie russe e i depositi di petrolio nell’entroterra. Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha rivendicato questa linea sostenendo che la Russia debba “sentire che è il suo Stato a fare la guerra”, e ha citato ulteriori raid nelle regioni di Tver e Stavropol, oltre a un terminale petrolifero nella regione di Rostov, ritenuto da varie ricostruzioni quello di Yug Rusi. L’obiettivo dichiarato da Kyiv è una sorta di “blocco logistico” della Crimea: colpire i rifornimenti, comprimere i movimenti, aumentare il costo dell’occupazione.

La posta in gioco, per il Cremlino, è concreta. A fine giugno Vladimir Putin aveva stimato in 70mila tonnellate al mese il fabbisogno di carburante della Crimea, promettendo più consegne sia via terra sia via mare. Se davvero, come sostiene Brovdi, due delle petroliere centrate a inizio settimana trasportavano circa 7mila tonnellate di combustibile ciascuna dalla zona di Taganrog alla penisola, il danno potenziale è pesante. Nelle ultime settimane, secondo fonti ucraine e russe, si registrano razionamenti o carenze di carburante in oltre il 90% delle regioni russe; Mosca ha anche vietato l’export di diesel e nelle grandi città sono state segnalate code ai distributori.

Sul piano politico, il tema entra ormai anche nei colloqui internazionali. Il presidente americano Donald Trump, incontrando Zelensky al vertice Nato di Ankara, ha definito la strategia dei droni un’escalation, aggiungendo però che potrebbe anche contribuire “a portare verso una fine”. Per ora il dato più evidente è un altro: dopo aver messo sotto pressione il corridoio terrestre verso la Crimea, l’Ucraina sta cercando di rendere instabili anche le rotte marittime. Solo allora, forse, si capirà se la campagna avrà effetti militari duraturi o resterà soprattutto un segnale politico e operativo.

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