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Gli Usa chiedono all’Iran lo stop agli attacchi alle navi nello Stretto di Hormuz

Petroliera in navigazione su mare calmo con piccola motovedetta sullo sfondo e costa montuosa nella foschia
Una petroliera attraversa acque strategiche mentre una motovedetta pattuglia a distanza, nello scenario di tensione nello Stretto di Hormuz.

Gli Stati Uniti chiedono all’Iran di dichiarare pubblicamente che lo Stretto di Hormuz resta aperto alla navigazione commerciale e di impegnarsi a smettere di sparare contro le navi mercantili, dopo gli attacchi avvenuti nei primi giorni della settimana lungo una delle rotte energetiche più sensibili del mondo, tra le acque omanite e il Golfo, mentre Washington e Teheran provano ancora a tenere in piedi un canale negoziale nonostante il nuovo scambio di raid.

Stretto di Hormuz, la richiesta degli Stati Uniti all’Iran

La richiesta americana, riferita da diversi media statunitensi e rilanciata da Reuters e CBS News, è arrivata attraverso mediatori regionali: la Casa Bianca vuole una presa di posizione netta da parte di Teheran sul fatto che il passaggio nello Stretto di Hormuz debba restare libero e sicuro. Non solo. Secondo funzionari Usa citati nelle ricostruzioni di stampa, Washington pretende anche che l’Iran riconosca pubblicamente che i colpi esplosi contro tre petroliere commerciali siano stati un errore. Uno dei funzionari, parlando con toni diretti, ha spiegato a Reuters che senza quella dichiarazione “non ci sarà un buon esito per loro”. È il punto politico del momento, forse il più delicato: gli Stati Uniti non chiedono soltanto una de-escalation militare, ma un gesto formale che abbia un peso diplomatico e, insieme, simbolico.

Secondo CBS, esponenti iraniani avrebbero riferito in privato ai consiglieri del presidente Donald Trump che gli spari contro le navi sarebbero dipesi da un gruppo interno di oltranzisti, definito “fuori controllo” o comunque non allineato. “Abbiamo sbagliato, continuiamo a parlare”, è la frase che un funzionario americano ha riassunto così, in modo colloquiale. Teheran, per ora, non ha confermato pubblicamente questa versione.

Gli attacchi alle petroliere e la risposta militare

Il nuovo strappo nasce dagli incidenti registrati a inizio settimana, quando tre navi commerciali sono state colpite mentre seguivano una rotta consigliata dagli Stati Uniti nelle acque dell’Oman. Si è trattato, secondo le ricostruzioni disponibili, del peggior episodio tra Usa e Iran da quando a giugno era stato firmato un accordo di cessate il fuoco che prevedeva anche il passaggio sicuro delle imbarcazioni commerciali. L’Iran, in più occasioni, ha sostenuto che l’unico corridoio davvero sicuro sarebbe quello che passa nelle proprie acque. Una differenza non tecnica, ma politica.

La risposta americana è arrivata con una serie di bombardamenti su circa 90 obiettivi in Iran. Sabato il ministero della Salute iraniano ha parlato di 17 morti e 115 feriti. Teheran, a sua volta, ha reagito colpendo alleati degli Stati Uniti nel Golfo. Il conflitto, del resto, covava da mesi: secondo la cronologia ricostruita dalle fonti internazionali, la guerra era iniziata il 28 febbraio, con attacchi di Usa e Israele, seguiti dalla reazione iraniana contro Israele, obiettivi americani e partner regionali di Washington. Eppure, nel mezzo, si era provato a riaprire un tavolo.

I negoziati, il ruolo di Oman e Qatar e il nodo del cessate il fuoco

Su questo tavolo, ora, pesa l’ambiguità dell’ultima posizione americana. Trump, in un messaggio pubblicato su Truth Social venerdì, ha scritto che l’Iran ha chiesto di continuare i colloqui e che gli Stati Uniti hanno accettato, ma ha aggiunto, in maiuscolo, che il cessate il fuoco è finito. Una formula che lascia aperta la trattativa e insieme alza il livello della pressione. Non è chiaro quando si terranno i prossimi incontri, però i nomi circolano già: il vicepresidente JD Vance, il segretario di Stato Marco Rubio, l’inviato speciale Steve Witkoff e anche Jared Kushner, genero del presidente, dovrebbero seguire il dossier per parte americana.

Nel frattempo una delegazione del Qatar è arrivata venerdì in Iran per colloqui destinati a raffreddare la crisi e a favorire la navigazione nello Stretto di Hormuz, da cui transita circa il 20% del petrolio mondiale e una quota rilevante del gas naturale liquefatto. Secondo i media iraniani, il ministro degli Esteri Abbas Araghchi si trova in Oman per consultazioni con i funzionari omaniti. Un responsabile statunitense ha precisato che i team tecnici americani non saranno fisicamente presenti a Mascate, ma resteranno in contatto con omaniti e qatarini. In base al memorandum firmato tra Iran e Stati Uniti, inoltre, Teheran e Muscat dovrebbero discutere con gli altri Stati del Golfo il futuro assetto amministrativo e i servizi marittimi nello stretto. Sullo sfondo resta anche la proposta iraniana di far pagare un pedaggio alle navi in transito, ipotesi respinta da Washington, che insiste sulla libertà di navigazione.

Le minacce a Trump e la linea dura di Teheran

La crisi marittima si intreccia con un altro fronte, ancora più sensibile: quello delle minacce personali contro Donald Trump. Sabato notte il presidente americano ha reagito alle notizie, pubblicate dal Wall Street Journal e da altri media Usa, secondo cui l’Iran avrebbe elaborato un piano per assassinarlo. In caso di attacco, ha detto, gli Stati Uniti “distruggerebbero completamente” il Paese. Trump ha però negato che si tratti di un piano nuovo e ha smentito che le informazioni provengano da Israele; al New York Post ha confidato di essere “il numero uno nella lista iraniana da molto tempo”.

Il clima, del resto, è diventato ancora più teso dopo l’uccisione della Guida suprema Ali Khamenei, morto il 28 febbraio in un raid israeliano sulla sua residenza a Teheran. Durante i funerali si erano sentiti appelli pubblici alla morte di Trump. Sabato il figlio e successore, Mojtaba Khamenei, ha diffuso un messaggio scritto in cui sostiene che la vendetta per l’uccisione del padre sia “inevitabile”. Parole pesanti, arrivate mentre la diplomazia prova a tenere aperto un varco minimo. Solo allora si capirà se la rotta nello Stretto di Hormuz tornerà davvero sicura o se il confronto entrerà in una fase ancora più instabile.

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