Gli Stati Uniti hanno ribadito tra sabato e domenica che lo Stretto di Hormuz resta aperto alla navigazione, mentre proseguono gli scambi di attacchi con l’Iran dopo i raid americani su oltre 140 obiettivi nel Paese e la risposta di Teheran contro basi e alleati di Washington nella regione: è questo, in sintesi, il nuovo passaggio della crisi nel Golfo, riaccesa da un attacco iraniano a una nave commerciale in transito in una delle rotte energetiche più sensibili del mondo.
Lo Stretto di Hormuz al centro della nuova escalation
Per Washington, il punto politico e militare è netto: lo Stretto di Hormuz non è chiuso e il traffico marittimo deve continuare. Lo ha ripetuto il Central Command statunitense, spiegando che le forze americane sono schierate per garantire che il passaggio resti libero e operativo, anche dopo l’annuncio arrivato da Teheran nelle prime ore di domenica, quando l’Iran ha sostenuto che la via d’acqua fosse “chiusa fino a nuovo ordine”. È una divergenza che pesa, e pesa subito, perché da quel tratto di mare passa una quota decisiva delle esportazioni di greggio del Golfo.
La tensione si è riaccesa dopo che le autorità iraniane hanno accusato una nave di aver seguito una rotta non approvata. Da lì, il salto. Il Corpo delle Guardie della Rivoluzione islamica, i Pasdaran, ha rivendicato il lancio di un missile da crociera navale contro un mercantile; il Centcom ha parlato invece di un attacco “palese” contro una nave battente bandiera di Cipro, la MV GFS Galaxy, rimasta danneggiata al punto da non poter proseguire per un colpo nella sala macchine. Un membro dell’equipaggio risulta disperso, mentre secondo l’agenzia britannica UKMTO i marittimi hanno dovuto abbandonare la nave e mettersi in salvo su una scialuppa.
I raid americani e la risposta iraniana
La risposta degli Stati Uniti è arrivata con una serie di attacchi su larga scala. Secondo il Centcom, sono stati colpiti più di 140 obiettivi militari iraniani, fra siti missilistici, postazioni per droni, reti di comunicazione e strutture di sorveglianza costiera. Il messaggio politico è stato affidato anche al segretario alla Difesa Pete Hegseth, che ha rilanciato il comunicato su X con parole molto dure: “Iran made a poor choice. Now they pay”.
Dal lato iraniano, i Pasdaran hanno confermato che i raid americani hanno preso di mira “un certo numero di basi costiere e torri per telecomunicazioni sulla costa meridionale”. Poco dopo Teheran ha annunciato la “prima fase” della ritorsione: attacchi contro la Prince Hassan Air Base in Giordania, che secondo l’Iran avrebbero colpito il centro di comando e controllo della base e gli hangar dei droni MQ-9. Su questo punto, almeno finora, non sono emersi riscontri indipendenti completi sull’entità dei danni. Eppure il segnale è chiaro: il confronto si è allargato, in modo più scoperto, ben oltre il tratto di mare conteso.
Missili, droni e allarme nei Paesi del Golfo
L’elemento nuovo delle ultime ore è proprio la scala regionale dell’offensiva. L’Iran ha dichiarato di aver colpito una base americana in Giordania, mentre Emirati Arabi Uniti, Qatar, Kuwait, Oman e Bahrein hanno riferito di aver reagito a missili e droni iraniani diretti verso i rispettivi territori o spazi aerei. In particolare il Qatar, che sta svolgendo un ruolo di mediazione nei colloqui per il cessate il fuoco, non denunciava attacchi da aprile; gli Emirati, invece, non risultavano colpiti da maggio.
È un passaggio che mette in forte difficoltà il quadro negoziale costruito nelle scorse settimane. L’accordo di cessate il fuoco ad interim, firmato il mese scorso, aveva l’obiettivo di riaprire lo Stretto di Hormuz e accompagnare le parti verso un’intesa più ampia. Ora quel percorso vacilla. I governi del Golfo, pur mantenendo toni prudenti, si trovano davanti a un equilibrio più fragile del previsto: sicurezza energetica, traffico commerciale, presenza militare americana. Tutto insieme, e tutto sotto pressione.
Il negoziato in bilico e le accuse incrociate
Nei giorni scorsi il presidente americano Donald Trump aveva dichiarato che gli attacchi iraniani segnavano di fatto la fine della tregua. Da Teheran, il ministro degli Esteri Abbas Araghchi aveva replicato accusando gli Stati Uniti di aver violato per primi l’intesa. La frattura, insomma, è anche narrativa: ciascuna parte sostiene di reagire a una violazione altrui. Solo allora si capisce quanto sia stretto lo spazio rimasto per la diplomazia.
Trump, comunque, ha detto che i colloqui continueranno e che i mediatori stanno cercando di rimettere in piedi il processo. Alcuni media americani hanno riferito inoltre che l’Iran avrebbe comunicato a funzionari statunitensi che gli attacchi ai petrolieri dei giorni precedenti erano stati un errore, attribuito a un gruppo interno fuori controllo. È un dettaglio non secondario, benché non confermato pubblicamente dalle due capitali. Intanto il presidente del Parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf, anche capo negoziatore con Washington, ha scritto su X che l’“era degli accordi unilaterali è finita”: “Ve l’avevamo detto, mantenete la parola o pagherete il prezzo”. Parole secche, diffuse mentre nel Golfo restano navi ferme, basi in allerta e una rotta che il mondo, per ora, continua a considerare troppo importante per potersi davvero chiudere.








