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Perché l’auto-ottimizzazione è una difesa dall’angoscia

Uomo seduto al tavolo guarda lo smartwatch con aria preoccupata, accanto a telefono con grafico, acqua e colazione
Un momento di auto-monitoraggio quotidiano: smartwatch e app sul tavolo mentre cresce l’ansia di controllare il benessere.

Nel 2026, tra smartwatch, app per il sonno, diete tracciate e feed pieni di consigli sul benessere, il bisogno di controllare corpo e abitudini si è trasformato in una risposta quotidiana all’incertezza di un’epoca segnata da lavoro instabile, crisi economiche e tensioni globali: succede ovunque, dalle palestre di Milano agli uffici di Roma, perché quando il quadro generale sfugge, la tentazione è spostare tutto sul microcosmo personale. Il punto, però, è un altro: quel controllo promette stabilità, eppure spesso finisce per produrre ansia da prestazione, consumo continuo e una sorveglianza che non arriva più dall’esterno ma da noi stessi.

Il business del benessere e il controllo ridotto a parametro

Il monitoraggio della salute è diventato un mercato vasto, alimentato da wearable, piattaforme digitali, consulenze nutrizionali e abbonamenti che trasformano il benessere in un flusso costante di dati da leggere, confrontare, correggere. Non si guarda più soltanto a come ci si sente — stanchi, lucidi, agitati — ma a quante ore di sonno profondo sono state registrate, a quanti passi giornalieri mancano, a come si muove la frequenza cardiaca. Se il numero è “giusto”, ci si rassicura; se esce dal range, scatta la ricerca della soluzione. Subito, spesso a pagamento.

In questo passaggio, quasi silenzioso, la vita sana viene delegata al dispositivo che la certifica. Il problema non è la tecnologia in sé, che in molti casi aiuta, ma l’idea che il corpo debba essere gestito come un cruscotto, con notifiche, allarmi e obiettivi sempre aggiornati. L’asticella, infatti, si sposta di continuo: più chilometri, più proteine, più disciplina, più contenuti da condividere. E anche più approvazione sociale, perché il benessere — ormai — si mostra.

Da Foucault a Byung-Chul Han: la sorveglianza che diventa volontaria

Per capire questo meccanismo torna utile il Panopticon descritto da Michel Foucault in Sorvegliare e punire: una struttura carceraria ideale, circolare, con una torre al centro e i detenuti sempre esposti allo sguardo possibile del sorvegliante. Il punto, spiegava il filosofo francese, non era essere osservati davvero in ogni momento, ma comportarsi come se lo si fosse sempre. Solo allora il controllo diventa interno, automatico, quasi naturale.

Oggi quella logica si è rovesciata, come ha scritto il filosofo sudcoreano Byung-Chul Han in Psicopolitica. Non siamo chiusi in una cella: siamo iperconnessi, attivi, partecipi. Condividiamo volontariamente pasti, allenamenti, progressi, ricadute. Non c’è il “non devi”, c’è il “puoi migliorarti”. Ed è proprio questo il passaggio più insidioso: la libertà apparente si trasforma in auto-sfruttamento, in una pressione continua a fare meglio, a correggersi, a non fermarsi. Il controllo, insomma, ha cambiato tono. Ha smesso di ordinare e ha iniziato a sedurre.

Il feed social, il biohacking e la salute come status

In questa dinamica il feed dei social media ha un ruolo centrale, perché agisce insieme come specchio e come stampo. Intercetta paure diffuse — l’invecchiamento, la stanchezza, il gonfiore, la malattia — e le rilancia con forza crescente; poi, attraverso gli algoritmi, modella l’attenzione. Basta soffermarsi su un video sul glutine, sul cortisolo o sulla “routine delle 5 del mattino” perché la piattaforma inizi a proporre contenuti simili, quasi tutti più netti, più rigidi, più estremi delle fonti equilibrate che restano sullo sfondo.

È qui che trovano spazio pratiche come il biohacking, le diete estreme, il conteggio ossessivo dei macronutrienti o l’eliminazione preventiva di intere categorie alimentari. Il linguaggio è tecnico, seducente, a volte quasi militare: “ottimizzare”, “ripulire”, “potenziare”. Ma dietro la promessa di efficienza può nascondersi una relazione impoverita con il cibo e con il corpo, fino a forme di rigidità che gli specialisti associano anche all’ortoressia, cioè l’ossessione per il mangiare “pulito” o “giusto”.

Intanto i gadget biometrici — anelli intelligenti, fasce da polso, sensori per il recupero — trasformano i parametri personali in un piccolo linguaggio di status. Chi dorme meglio, chi recupera prima, chi ha il valore più alto di variabilità della frequenza cardiaca. Non è una gara dichiarata, eppure si vede. Si misura. Si racconta.

Igiene digitale, disintossicazione dal feed e diritto all’imperfezione

Spezzare questo circuito, spiegano molti professionisti della salute mentale e dell’educazione digitale, non significa rifiutare la tecnologia ma rimetterla al suo posto. La prima mossa è semplice, anche se non facile: fare igiene digitale. Vuol dire smettere di alimentare i contenuti che attivano confronto e allarme, silenziare parole chiave ricorrenti, interrompere per qualche giorno il monitoraggio continuo. Una settimana senza sensori, per esempio, può diventare un test utile: non per dimostrare qualcosa, ma per capire quanto spazio occupa ormai quel controllo.

C’è poi un livello più quotidiano, quasi domestico. Mangiare senza fotografare, uscire senza contare i passi, allenarsi senza pubblicare il risultato, annoiarsi perfino. Piccoli gesti, eppure concreti. In quel momento torna visibile una verità che il mercato del benessere tende a nascondere: non tutto ciò che conta produce dati.

Recuperare riti quotidiani, pause, pranzi lunghi, relazioni non ottimizzate, significa anche restituire valore all’imperfezione. In un sistema che prova a rendere ogni momento misurabile e monetizzabile, il gesto più libero può essere proprio questo: non performare sempre, non spiegarsi sempre, non trasformare ogni giornata in un report. E accettare, con un po’ di fatica ma anche con sollievo, che non tutto si controlla.

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