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Squadra speciale indaga sull’uccisione di un leader anti-migranti in Sudafrica

Agenti di polizia e investigatore vicino a un cancello di casa, con auto della polizia e nastro di sicurezza in strada
La polizia svolge rilievi su una strada residenziale, in un contesto di indagine per un omicidio a Johannesburg Est.

A Johannesburg Est, in Sudafrica, la polizia ha affidato a una squadra speciale l’inchiesta sull’uccisione di Andile Mvuyelwa Somgxada, leader nella provincia di Gauteng del movimento anti-migranti March and March, colpito da alcuni spari fuori casa all’inizio del mese e morto pochi giorni dopo in ospedale: un caso che arriva mentre nel Paese cresce la tensione sull’immigrazione irregolare e sulle proteste contro gli stranieri.

Sudafrica, squadra speciale sulla morte del leader anti-migranti

La conferma è arrivata dalla stessa polizia sudafricana, che martedì sera ha annunciato la creazione di un team multidisciplinare per chiarire il contesto dell’agguato. Somgxada, secondo la ricostruzione ufficiale, è stato ferito a colpi d’arma da fuoco fuori dalla propria abitazione, a est di Johannesburg, ed è deceduto alcuni giorni più tardi in ospedale.

Il capo ad interim della polizia, il tenente generale Puleng Dimpane, ha spiegato in una nota che il caso viene trattato con la massima attenzione. “Siamo impegnati in un’indagine approfondita per stabilire le circostanze di questo omicidio e garantire che ci siano responsabilità precise”, ha detto, scegliendo parole misurate ma nette. Solo allora, ha lasciato intendere il vertice delle forze dell’ordine, si potrà capire se si sia trattato di un delitto mirato, di una vendetta o di altro.

March and March parla di ritorsione e di minacce ai dirigenti

Per il movimento March and March, che negli ultimi mesi ha organizzato manifestazioni contro i migranti senza documenti in diverse città del Paese, l’uccisione del suo dirigente non sarebbe casuale. “È una ritorsione”, ha dichiarato alla BBC il portavoce Sandile Dube, sostenendo che Somgxada sarebbe stato preso di mira proprio per il ruolo svolto nella campagna per chiedere agli irregolari di lasciare il Sudafrica.

Dube ha raccontato che anche altri responsabili del gruppo avrebbero ricevuto, di recente, avvertimenti e minacce di morte. “Sembra un omicidio orchestrato, da sicario”, ha aggiunto, chiedendo alle autorità di andare fino in fondo non solo sul delitto, ma anche sul clima di intimidazione che, a suo dire, circonda l’organizzazione. Eppure, messo di fronte alle accuse sulle modalità delle proteste, lo stesso portavoce ha insistito sul fatto che March and March “rifiuta ogni forma di violenza” e non sostiene azioni fuori dalla legge.

Il movimento aveva fissato in modo informale il 30 giugno come termine entro il quale i migranti privi di documenti avrebbero dovuto lasciare il Paese. Da allora i manifestanti hanno promesso marce settimanali finché le loro richieste non saranno ascoltate. Un’impostazione dura, molto visibile nelle strade e nei quartieri popolari, dove la questione migratoria si intreccia con povertà, disoccupazione e servizi pubblici sotto pressione.

Immigrazione e xenofobia, il nodo politico che incendia il Paese

In Sudafrica, l’immigrazione — soprattutto quella irregolare — è diventata un terreno politico sempre più divisivo. I gruppi di protesta accusano gli stranieri di pesare sui servizi pubblici e, in alcuni casi, di essere coinvolti nella criminalità; dall’altra parte, associazioni civiche e osservatori denunciano una deriva xenofoba che da anni attraversa il Paese più industrializzato del continente.

Il governo ha riferito che oltre 53mila cittadini stranieri sono stati deportati o rimpatriati nelle ultime cinque settimane, nell’ambito di una campagna definita di “gestione della migrazione”. Si tratta di numeri rilevanti, che fotografano la portata dell’operazione ma non esauriscono il quadro. Secondo i dati ufficiali, in Sudafrica vivono più di tre milioni di stranieri regolari; il conteggio, però, non include chi si trova nel Paese senza documenti.

La tensione, negli ultimi giorni, si è tradotta anche in episodi di violenza, saccheggi e pressioni sui commercianti stranieri. Non è la prima volta. Il Sudafrica, che da decenni attira persone in cerca di opportunità economiche migliori, ha già conosciuto fiammate di ostilità contro le comunità migranti. In questo passaggio, però, il clima appare più sfilacciato: da una parte le campagne di piazza, dall’altra la paura, molto concreta, di finire nel mirino.

Arresti in Limpopo e rimpatri volontari, cresce l’allarme tra gli stranieri

Martedì, nella provincia di Limpopo, cinque persone sono state arrestate con l’accusa di essersi finte funzionari dell’immigrazione e di aver intimato illegalmente ad alcuni stranieri di lasciare il territorio. La polizia ha precisato che uno degli episodi ha coinvolto un cittadino nigeriano, presente legalmente in Sudafrica, che sarebbe stato intimidito e costretto a chiudere la propria attività commerciale.

Di fronte a questi fatti, il tenente generale Dimpane ha rivolto un “severo avvertimento” a quanti continuano a “intimidire, molestare e commettere violenza contro cittadini stranieri”. La legge, ha ricordato, “si applica a tutti allo stesso modo” e nessun gruppo o individuo ha l’autorità di effettuare controlli sullo status migratorio o allontanare persone dalle comunità. Una puntualizzazione che pesa, in un contesto dove cortei e ronde improvvisate stanno confondendo i confini tra protesta e abuso.

Intanto diversi Paesi africani — tra cui Ghana, Kenya, Malawi, Nigeria e Uganda — hanno organizzato nelle ultime settimane voli e autobus per favorire il ritorno dei propri cittadini. Mercoledì è atterrato a Lagos l’ultimo volo predisposto dal governo nigeriano nell’ambito del programma di rimpatrio volontario, con 306 passeggeri a bordo. In totale, secondo le autorità di Abuja, più di 1.200 nigeriani sono già rientrati. Un dato che, da solo, restituisce la misura della paura e dell’incertezza che si respirano oggi in una parte della comunità straniera in Sudafrica.

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